In una intervista, Dori Ghezzi ha ripercorso la sua lunga storia d’amore con Fabrizio De André, soffermandosi sui quattro mesi del loro rapimento in Sardegna nel 1979. La cantante ha raccontato il rispetto ricevuto dai carcerieri durante la prigionia e la certezza di avere salva la vita, per poi ricordare il matrimonio nel 1989 e la dolorosa scomparsa del cantautore, stroncato da un tumore polmonare.
Il legame tra Dori Ghezzi e Fabrizio De André
I mesi di prigionia in Sardegna
Il matrimonio, la quotidianità e gli ultimi mesi insieme
Il legame tra Dori Ghezzi e Fabrizio De AndréA distanza di anni, la memoria di un grande amore rimane intatta nei ricordi di chi lo ha vissuto giorno dopo giorno. In una intervista al Corriere della Sera, Dori Ghezzi ha ripercorso le tappe fondamentali della sua vita accanto a Fabrizio De André, un sodalizio umano e artistico durato venticinque anni.Il loro primo incontro, avvenuto nella primavera del 1974 grazie all’intermediazione di Cristiano Malgioglio, segnò l’inizio di un legame indissolubile: “Ci scambiammo i numeri e il giorno dopo mi chiamò. Fu come se ci conoscessimo da sempre”, confessa la cantante oggi 80enne.ANSADori Ghezzi e Fabrizio De André in una foto di archivioDa quel momento, le carriere e le esistenze dei due musicisti si sono intrecciate in maniera definitiva. Per il cantautore genovese, la presenza della compagna divenne un punto di riferimento vitale e salvifico: “Non sono mai stata una come tante. Ero quella che doveva salvarlo. Confessò: ‘Senza di lei sarei morto in una soffitta da alcolizzato'”.I mesi di prigionia in SardegnaL’agosto del 1979 segna una delle pagine più note della cronaca italiana che si intreccia con il costume, con il sequestro di persona della coppia da parte dell’Anonima sarda.Nonostante la durezza dell’esperienza vissuta tra le montagne del Supramonte, l’artista ha rivelato alcuni dettagli sulla natura dei rapporti che si instaurarono durante la convivenza forzata: “Il momento più duro è stato all’inizio, poi con i sequestratori si creò un dialogo. I due che ci tenevano prigionieri, latitanti, in fondo lo erano anche loro, non avevano scelta. Ma eravamo sicuri che non ci avrebbero ucciso“.







