ROMA - Diceva di essere più sardo di Segni e di Cossiga "che in Sardegna ci tornano quindici giorni all'anno". Fabrizio De André in Sardegna, e precisamente nella villa dell' Agnata, nelle campagne di Tempio Pausania, ci viveva anche otto mesi su dodici, da circa venticinque anni. E, assieme a Dori Ghezzi, aveva anche trascorso tre di questi mesi proprio nel cuore (malato) della Sardegna che lui chiamò - forse senza immaginare che abuso sarebbe stato fatto di quell' immagine - "Hotel Supramonte".

Ma il suo essere quasi-sardo non era un risultato del trascorrere del tempo, di una abitudine, né un effetto del trauma del sequestro. Un percorso nel contempo lineare e tortuoso. A pagare il riscatto - 600 milioni nel 1979, una bella cifra - fu il padre, dirigente industriale, già braccio destro di Attilio Monti. Durante il sequestro fu rilevato - anche con qualche eccesso di compiacimento - il paradosso del cantautore anarchico rapito dai banditi verso cui simpatizzava e salvato dal capitale familiare. Pochi ricordarono, allora, che De André senior - come Fabrizio avrebbe raccontato a Fernanda Pivano molti anni dopo - era un mazziniano convinto, "quindi non lontano da certe idee libertarie", che quando tornava dai suoi viaggi in Francia "Non si dimenticava mai di portarmi un disco di George Brassens".