Dopo le critiche di Meloni a Più libri più liberi, lo storico Francesco Filippi spiega perché l’antifascismo non è censura ma democrazia.

Francesco Filippi e Giorgia Meloni

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni è intervenuta pubblicamente per bacchettare la scelta della fiera Più libri più liberi di chiedere una dichiarazione antifascista agli editori. Meloni ha parlato di "censura" come se dichiararsi antifascisti non fosse qualcosa di naturale per chiunque viva una democrazia. L'intervento ha scatenato l'intellighenzia di destra che, come sempre, più che fare una riflessione, si è accodata a uno dei temi che preferisce, ovvero la critica all'antifascismo. E, pavlovianamente, ha urlato anch'essa alla censura, riportando in auge la critica secondo cui la Costituzione non contiene il termine ‘antifascista'. Eppure è impossibile non pensarla come antifascista in maniera intrinseca. Così abbiamo chiesto allo storico Francesco Filippi, autore del libro intitolato "Antifascista. Pensare, vivere, agire per la democrazia" (Piemme), di spiegarci perché alcuni faticano a dirsi "antifascisti" e perché la scelta dei Costituenti lo era nelle intenzioni e nei fatti.

Partiamo da una domanda retorica: si può veramente parlare di censura nel richiedere di firmare una dichiarazione di antifascismo? Mah, si può parlare di censura nell'impedire a un ladro di appartamento di entrarmi in casa? Tutto parte da una concezione che dovrebbe essere un po' più chiara all'interno della società italiana che, ricordiamocelo, ha partorito, fatto crescere, sviluppato e diffuso nel mondo il fascismo. La Costituzione italiana, promulgata nel 1948, chiarisce in più punti che il fascismo in quanto tale non è né un'ideologia, né un'opinione, né una forma di pensiero, e quindi come tale non può essere esercitato. Il fascismo in sé è un crimine. È un reato e in quanto tale va punito. Perché è un reato? Perché è costitutivamente un attentato ai principi e ai valori della democrazia. Il fascismo è il contrario della democrazia.