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In diverse occasioni, negli ultimi mesi, le aziende di moda hanno pubblicato pubblicità e contenuti realizzati evidentemente con l’intelligenza artificiale, e in altrettanti hanno ricevuto le puntuali critiche dei fan e dei follower delusi e arrabbiati per questo genere di scelte. È stata massacrata una pubblicità di una borsa di Valentino pubblicata lo scorso dicembre, i cui modelli si fondevano tra loro in uno dei tipici effetti dei software di AI generativa. Ma ha ricevuto un’accoglienza simile anche l’iniziativa di Gucci di pubblicare una serie di immagini generate con l’AI per la sua sfilata alla settimana della moda di Milano, o quella di H&M e Guess di usare delle modelle generate dall’AI invece di quelle in carne e ossa, o ancora il marchio di moda statunitense Selkie, criticato moltissimo per la scelta di usare l’AI per disegnare parte della collezione per San Valentino.

È per questo che un numero crescente di marchi, nella moda ma non solo, ha cominciato a sottolineare, sia nelle pubblicità che in altre iniziative pubbliche, di non usare affatto l’AI, enfatizzando il ruolo degli esseri umani nei processi creativi aziendali.

Diverse aziende di moda, per esempio, hanno cominciato a mostrare nelle proprie pubblicità gli artigiani che lavorano manualmente, e lentamente, ai loro prodotti. È una cosa che fanno già almeno da un paio d’anni molti creator che si occupano di arte, design, artigianato e altre discipline creative su Instagram e TikTok. Per respingere le accuse di aver utilizzato l’intelligenza artificiale, in diversi hanno cominciato a pubblicare video “dietro le quinte”, riprendendo ogni passaggio del proprio processo creativo. In questo modo, oltre a dimostrare le proprie abilità, i creator riescono a intercettare e attirare la parte di pubblico ostile ai contenuti generati con l’AI.