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Quarantadue anni, carattere schivo, sguardo che la televisione aveva trasformato in una maschera di gelo. Alberto Stasi torna a fare notizia non per un colpo di scena giudiziario, ma per quello che di lui hanno scritto educatori e psicologi del carcere di Bollate nel provvedimento con cui il Tribunale di Sorveglianza di Milano ha autorizzato il suo affidamento in prova ai servizi sociali.

Diciotto anni e mezzo dopo l'interrogatorio davanti alla pm Rosa Muscio. Undici anni dopo l'ingresso in carcere, a seguito della condanna definitiva per l'omicidio della fidanzata Chiara Poggi. Il documento, riportato dal “Corriere della Sera”, restituisce una figura che stona con quella costruita attorno al caso di Garlasco: non il fidanzato-killer dallo sguardo di pietra, ma un uomo capace di chiedere aiuto, di elaborare il dolore, di accettare - pur contestandola - la sentenza che ha segnato la sua vita.

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Fin dal 2007, la pista del fidanzato era stata quella “più battuta”, quasi scontata, tanto per gli inquirenti quanto per il circo mediatico che si era formato attorno al caso. A pesare sul giudizio collettivo non erano state soltanto le prove dibattute in aula, ma anche i tratti caratteriali di Stasi: la riservatezza letta come freddezza, la timidezza interpretata come distanza colpevole. E poi le accuse - successivamente rivelatesi false - di pedopornografia, le immagini hard sul computer catalogate e amplificate come se appartenessero a un profilo da serial killer.