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Greta Privitera

Le ultime concessioni per fermare i missili Per le strade di Teheran protestano i duri che accusano i diplomatici di aver ceduto

Risponde al telefono con voce adrenalinica. «Sto bene, anzi benissimo, grazie». È una fonte iraniana molto vicina ai tavoli del negoziato, e accetta di parlare solo in anonimato. Sembra il tono di chi sta festeggiando. Festeggia cosa? «La tv di Stato ha appena annunciato che risponderemo a Netanyahu con missili su Tel Aviv». A un passo dai raid, la Casa Bianca riesce a fermare tutto. Ma avevamo chiamato per altro. Per capire se davvero, come ripeteva Donald Trump da ore, la firma digitale al memorandum d’intesa sarebbe arrivata in serata. «Di certo la Repubblica islamica non firma nel giorno in cui Israele torna a bombardare il Libano. Che senso avrebbe? Magari firmiamo domani (oggi, per chi legge ndr .)». Ma è tutta una questione di fuso orario. Tra Washington e Teheran ci sono sette ore e trenta di differenza e, alla fine, dopo la mezzanotte iraniana, gli uomini della Repubblica islamica hanno firmato l’accordo. Lo conferma la tv di Stato: «Li abbiamo costretti ad accettare». E, in effetti, in Iran, è «il giorno dopo i bombardamenti su Beirut». Trump sognava di mettere il suo nome e cognome sotto quel foglio nella data del suo ottantesimo compleanno, e alla fine ce l’ha fatta. «Senza i raid sul Libano magari ci saremmo arrivati anche prima», dice la fonte. A Teheran, almeno in pubblico, la narrativa è chiara. La pace, dicono, la vogliono entrambi, Washington e la Repubblica islamica. A far ballare il tavolo è sempre il premier israeliano. La fonte lascia cadere una frase che è un paradosso: «Finirà che sarà Trump a fare da mediatore tra noi e Israele». Una battuta che, incredibilmente, si avvicina a ciò che spera lo stesso Netanyahu, che vorrebbe avere le mani libere e non farsi comandare dalla Casa Bianca. APPROFONDISCI CON IL PODCASTNemmeno il tempo di inviare la firma, che la retorica della vittoria è già in moto: «Il nemico, che ha attaccato per perseguire i suoi scopi malvagi, ha visto tutti i suoi obiettivi vanificati e l’Iran ha conseguito grandi vittorie», scrive Kazem Gharibabadi , viceministro degli Esteri. E l’agenzia Fars, vicina ai pasdaran, racconta come è andata: «Dopo l’attacco a Beirut, l’Iran ha annullato i negoziati e si era preparato per un raid contro il regime sionista, ma con le concessioni dell’ultimo minuto di Trump — tra cui la preservazione dell’integrità territoriale del Libano, il ritiro di Israele dal confine libanese e l’immediata revoca dell’assedio — è stato persuaso a rinunciare all’attuazione dell’attacco». Intanto, sui social qualcuno ride e applaude. Vengono rilanciati i post in cui Trump richiama all’ordine Netanyahu, e piacciono soprattutto le parolacce con cui il presidente americano si rivolge all’alleato. In mezzo a queste onde, navigano i tre moschettieri della diplomazia di Teheran — Mohammad Ghalibaf, Abbas Araghchi e Masoud Pezeshkian — che hanno provato con qualunque mezzo a chiudere la prima fase dell’intesa. Hanno trattato nonostante i missili israeliani e sotto il fuoco amico dei falchi interni, che ce l’hanno messa tutta per far deragliare il processo. Ieri, gli oltranzisti in piazza invocavano l’esecuzione di Araghchi, accusandolo di debolezza. In Iran, gli slogan hanno molta importanza. In quella piazza si gridava «Morte ad Araghchi» .