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Fabrizio Roncone

Come il fondatore del Movimento 5 Stelle manifesta il fastidio per l’informazione

Ingranaggi invisibili scatenano ricordi e sensazioni. La mente torna ai giorni in cui Beppe Grillo e i suoi grillini progettavano di inoculare nelle vene del Paese il terribile virus dell’Uno vale uno (ci sono riusciti, purtroppo) e di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno (hanno fallito, per fortuna). Però noi cronisti andavamo a vedere da vicino, ad ascoltare soprattutto lui, il capocomico che un «vaffa» dietro l’altro era diventato capopopolo e prendevamo appunti, lo studiavamo, cercavamo di capirne la forza politica, la prospettiva politica, mentre lui si affacciava dalla terrazza dell’albergo, pure quello a 5 Stelle, con vista sul Foro Romano, fingeva di sputarci e poi scendeva e ci ringhiava in faccia che non eravamo nemmeno più giornalisti, ma solo «larve, vermi che strisciano, cadaveri che camminano, morti viventi...». Insultarci non gli sembrava mai abbastanza. Così scriveva sul suo sito i nostri nomi, pubblicava le nostre foto. Erano vere e proprie liste di proscrizione.

Ecco: a ripensarci, sabato mattina, sul palco dell’Auditorium di via della Conciliazione, aprendo i lavori dell’assemblea costituente di Futuro nazionale, il generale Roberto Vannacci s’è comportato — certo un filo più sofisticato, più ambiguo — allo stesso modo. Anche lui ha snocciolato i nomi dei giornalisti che reputa ostili solo perché hanno fatto, e continuano a fare, il loro lavoro: seguendolo fin dalle sue prime mosse, raccontando la costruzione del personaggio di destra, di estrema destra, che nasce pubblicando un libro, Il mondo al contrario, un pamphlet che ondeggia tra omofobia, negazionismo e razzismo, e che poi riesce ad affascinare Matteo Salvini, forse un po’ lo intorta, forse però è anche Salvini che lo sfrutta, resta il fatto che il generale diventa addirittura vicesegretario della Lega utilizzandola come un tram, da cui scende quando sente maturo il tempo per fondare un partito tutto suo.