Torna periodicamente, soprattutto negli ambienti culturali e intellettuali, una tesi che si presenta come una difesa della libertà ma che finisce per smarrire il senso della nostra storia repubblicana. Secondo questa impostazione, chiedere l’adesione ai valori antifascisti costituirebbe una forma di conformismo ideologico, una professione di fede incompatibile con il pluralismo democratico.
È una tesi che merita rispetto. Ma è una tesi sbagliata. L’errore consiste nel considerare l’antifascismo una delle tante opinioni politiche possibili. Non lo è.
L’antifascismo non è una corrente culturale. Non è una preferenza ideologica. Non è una posizione che sta sullo stesso piano del liberalismo, del socialismo, del conservatorismo o di qualsiasi altra tradizione politica.
L’antifascismo è il fondamento storico e costituzionale della Repubblica italiana. La Costituzione non nasce dall’incontro tra fascismo e antifascismo. Non è il risultato di una mediazione tra due culture politiche equivalenti. Nasce dalla sconfitta del fascismo. Nasce dalla Resistenza. Nasce dalla volontà di impedire che possano ripetersi la soppressione delle libertà politiche, il partito unico, le leggi razziali, il carcere per gli oppositori, il controllo dell’informazione, la subordinazione delle istituzioni a un uomo solo al comando.













