È il 1857 quando Gustave Flaubert fa pubblicare la prima edizione del suo romanzo Madame Bovary, la storia di una donna desiderante che, per riempire il vuoto della noia e di un matrimonio senza entusiasmo, corre dietro a relazioni tempestose dalle quali esce distrutta fino al tragico epilogo. Ma prima che tutto questo accada, prima che Emma Bovary si perda dietro alla passione e si smarrisca alla ricerca di emozioni e avventure, l’autore ce la fa conoscere e ci spiega da dove arrivano tutte queste sue fantasie, queste sue speranze per il futuro. Emma, infatti, è una lettrice. A tredici anni il padre la porta in città per lasciarla in un convento dove verrà educata. Lì all’inizio segue con tranquillità la vita delle monache, ma da alcuni dettagli Flaubert ci fa capire che lo sguardo della ragazza va sempre sulle miniature o sui dipinti fantasticando di storie palpitanti e misteri da conoscere. Si inventa persino qualche piccolo peccato perché sedere nel confessionale la anima di mistica curiosità, anche durante i sermoni non può fare a meno di vibrare sull’inginocchiatoio quando viene menzionato lo “sposo celeste”, quando si parla d’amore e sentimento: in lei sfrigola già un’idea d’emozione. Può essere che venire dalla campagna e dalla tranquillità abbia portato il suo cuore a volgersi per contrasto alla tempesta, sta di fatto che Emma fin dall’adolescenza è raffigurata come una creatura anelante, sempre protesa in direzione contraria alle sue origini e alla sua educazione. «Di temperamento più sentimentale che artistico, andava in cerca di emozioni, non di paesaggi», scrive Flaubert di quella Emma nel convento, appena uscita dall’infanzia e lontana da casa. Ma a introdurre nella sua vita la lettura è la presenza di una vecchia zitella che spesso si reca dalle monache e porta alle educande romanzi da leggere di nascosto. Sono tutte letture romantiche, piene di damigelle svenevoli, di cavalli al galoppo e castelli all’orizzonte, di cui Emma si appassiona incredibilmente fino ad approdare ai romanzi di avventura e a quelli storici, dove figurano eroine senza timore e racconti di fidanzamenti e matrimoni con alle spalle il rumore delle battaglie. Il tono della scrittura in Madame Bovary, soprattutto in queste pagine, si fa dolcemente ironico, quasi canzonatorio, e la figura di Emma sembra venire raccontata con segreta derisione. In realtà se andiamo indietro nella storia della letteratura non solo gli scrittori come Flaubert hanno dipinto così alcune donne dei loro romanzi, ma le scrittrici stesse hanno voluto raccontare il pericolo dell’immaginazione scaturita dalle troppe letture. Si pensi, per esempio, a Catherine Morland, la protagonista di L’abbazia di Northanger, primo romanzo di Jane Austen, che «dai quindici ai diciassette anni ecco che cominciò il suo apprendistato da eroina: lesse tutte quelle opere che un’eroina deve leggere per arricchire la sua memoria di quelle citazioni che sono così utili e confortanti nelle vicissitudini della sua vita futura». Catherine è una bambina qualunque, anonima, poco femminile, niente di lei farebbe presagire il suo futuro eroico. Catherine è la parodia di come le donne venivano scritte nei romanzi o nei drammi dell’epoca, ma non soltanto. A ben guardare, infatti, Emma e Catherine non sono solo delle figurine retoriche, ma anche delle rappresentazioni della società a loro coeva, delle perfette evocatrici di molte donne d’allora: almeno quelle che avevano la fortuna di metter mano ai libri e leggerli. Ma anche le altre, le analfabete, che vivevano dei racconti orali che riuscivano a raccontarsi le une con le altre, racconti mitici, favole antiche, o pettegolezzi dalla vita mondana delle case dei ricchi. Se infatti sono state scritte tante donne come Emma, altrettante sono state le donne che le hanno servite e che le hanno viste passare da dietro, o che dai piani bassi hanno origliato le conversazioni romantiche altrui, facendo correre l’immaginazione fino e oltre l’impossibile. Per queste loro fantasticherie emotive molte donne e ragazze di tutte le generazioni sono state anche ridicolizzate e derise; ancora oggi quando si pensa alle teenager che vanno in libreria a comprare storie di amori incredibili e stereotipati, romance dalle tinte fantasy o manga sentimentali, il loro gesto viene visto da fuori e sminuito, la loro voglia di avventure lontane e di sguardi languidi ridotta a pochezza e sciocchezza. Lo stesso Flaubert insegna che a seguire questi fantasmi, quelli creati dagli ideali d’amore, si finisce distrutte, derubate, ingannate, e sole. Perché dall’altra parte non vi sono gli uomini letti, ma gli uomini reali la cui educazione sentimentale, o dovremmo dire diseducazione sentimentale, nasce e cresce in opposta direzione: il sentimento, l’emotività, la tenerezza erano e sono caratteristiche femminili da evitare, da reprimere e da omettere nella vita quotidiana, da non mostrare verso gli altri e le altre, da tenere segrete. L’immaginazione genera meraviglie, ma anche mostri, genera visioni estatiche, ma anche tragiche finzioni, ed è al crocevia tra Emma, che vagheggia una fuga d’amore da romanzo, e Rodolphe che non ha nessuna intenzione di fuggire con lei e riempire di realtà quella fantasia, che si consuma il disastro. In un celebre articolo apparso sulla rivista Mercurio nel 1948, Natalia Ginzburg scriveva che la condizione propria di ogni donna è la capacità a un certo punto della propria vita di “cadere in un pozzo”, un luogo profondo, buio, melanconico, inospitale, da cui è difficile riemergere e dove si sguazza in un’acqua lercia, fuori dal mondo. La sua posizione venne molto criticata perché estremamente negativa rispetto alla natura delle donne e alla loro resilienza, ma analizzandola da una certa prospettiva essa non fa altro che scegliere una metafora per raccontare una verità condivisa. L’essere donne comporta la possibilità – non la certezza – di provare un senso di smarrimento radicale, un tuffo nell’acqua scura da cui è difficile riemergere. Ginzburg nell’articolo non dà delle cause certe a questa caduta, ma prova ad azzardare un paragone: non è forse quello il pozzo di Emma Bovary e moltissime altre donne non amate, quelle che hanno confuso la fantasia con la realtà e per questo sono state punite? Emma dal fondo del pozzo ci guarda, con occhi spalancati, e ci domanda: perché? Come sono finita qui e quanto a lungo vi resterò? Per provare a dare una risposta dobbiamo prima portare alle estreme conseguenze questo ragionamento e per farlo possiamo avvalerci di un’altra scrittrice: María Luisa Bombal, autrice cilena del Novecento la cui vita e scrittura hanno seguito con sconcertante forza, delirio e bellezza gli ideali del sogno d’amore. In uno dei suoi romanzi brevi, L’ultima nebbia, Bombal narra di una donna che si trova in una condizione molto simile a quella di Emma Bovary: ha dovuto sposare un suo cugino, a cui era morta la prima moglie, e vive un matrimonio noioso, vuoto e privo di qualsiasi emozione. Per sopravvivere a questa situazione prostrante e al sentirsi sempre perennemente demotivata e ignorata, la sua mente vagheggia la speranza dell’amore, quell’amore che da qualche parte deve esistere per lei, un amore vero, pieno di pathos, infinitamente passionale. A tal punto lo desidera da inventarlo: sogna così di uscire di casa una notte e di vagare per la città. Durante il suo peregrinaggio incontra un uomo misterioso, alto e dalle braccia forti, che la porta nella sua casa, e lì, come se fosse una conseguenza ineluttabile, i due trascorrono delle intense ore di sesso e silenzio. Così il corpo di lei scopre il piacere del sentire, dell’esistere nel mondo attraverso di esso. Al risveglio è convinta che non sia stato un sogno, ma la realtà. Per anni il ricordo di quella notte d’amore la sostiene nella sua vita ordinaria, perché c’è stata almeno un’occasione nella sua esistenza in cui è stata vista, riconosciuta. Lo scambio tra sogno e realtà la porta a cercare a un certo punto quella stessa casa, quello stesso uomo e a vederlo apparire e scomparire nella sua vita, come se davvero fosse esistito. Il fantasma del cavaliere notturno e sensuale si scioglie alla luce pallida e insistente del marito e del disamore. Nel suo più celebre romanzo breve, dal titolo Avvolta nel sudario, Bombal scrive, parlando della protagonista che giace morta durante la veglia e che ricorda il suo passato amoroso, «Perché la natura della donna dev’essere tale da far sempre di un uomo il centro della sua vita?». (...) Per provare a trovare una spiegazione forse conviene staccarsi dal concetto – posto sia da Bombal sia da Ginzburg – di “natura”, perché in fondo questa non è la parola adatta per capire come mai le donne di moltissime generazioni abbiano avuto un rapporto così stretto con la propria immaginazione amorosa, un rapporto quasi tossico. La domanda più giusta potrebbe invece essere questa: perché e come la società ha portato le donne a considerare sempre un uomo al centro della loro vita? Tanto da tradurre il non essere amate come la peggiore delle condizioni possibili?