Laura Guglielmi scrive una “autobiografia” dell’autrice di Frankenstein. La fuga d’amore a 16 anni, i soggiorni a Genova e a Lerici
Un ritratto di Mary Shelley (1797-1851)
Va molto di moda, in questi anni, riscoprire donne dimenticate o trascurate dalla storia. Spesso si tratta di mogli, amanti, muse di grandi artisti, oscurate dalla gloria di maschi patriarcali anche se, a loro volta, erano ricche di talento. Del tutto diversa la parabola di Mary Shelley, l’autrice di “Frankenstein”.
Il romanzo gotico che ancora oggi ispira film e serie tv uscì nel 1818 e venne immediatamente riconosciuto come un capolavoro, regalandole meritata fama (almeno dal momento in cui rivelò di esserne l’autrice, visto che inizialmente non lo aveva firmato). Al contrario sarebbe toccato a Percy Bysshe Shelley, uno dei più grandi poeti dell’Ottocento morto ad appena trent’anni, rimanere nell’ombra della compagna; se non fosse stata la stessa Mary, con cui visse una storia d’amore intensissima e fuori dal comune, a recuperare, editare, valorizzare le sue opere e farlo conoscere al pubblico.
Una figura come quella di Mary Shelley è stata ovviamente indagata e raccontata, ma nessuno, almeno in Italia, aveva pensato di scriverne una biografia in forma di diario. A darle voce in “Mary Shelley. La meravigliosa creatura” è Laura Guglielmi, già autrice di una biografia di Lady Constance Lloyd, moglie di Oscar Wilde. Mary si racconta in prima persona, com’è ormai tradizione della collana Femminile Singolare di Morellini, curata da Sara Rattaro e Anna Di Cagno. E la sua è la voce di una donna decisamente originale, quasi una hippie ante litteram. Figlia del filosofo e politico William Godwin e della celebre Mary Wollstonecraft, filosofa, saggista e protofemminista, Mary eredita libertà di pensiero e animo ribelle. A sedici anni si innamora pazzamente di Percy, che ne ha venti: “Non appena incontrai Shelley, una sciabolata mi centrò il petto. Mi colpirono il suo sguardo, che proveniva da un altro mondo, i lunghi capelli che gli cadevano sulle spalle e la sua aria trasognata. Anche la sua voce mi scaldò il cuore. Pareva un dio sceso dall’Olimpo per infondere ai mortali l’arte del vivere”.






