Molti di noi conoscono “Frankenstein” di Mary Shelley, pubblicato nel 1818 e considerato il romanzo fondativo della fantascienza moderna. L’idea di un uomo che restituisce la vita a un corpo inanimato attraverso l’elettricità non ha soltanto origini letterarie, ma affonda le sue radici nelle teorie del famoso scienziato Luigi Galvani, che pochi decenni prima la pubblicazione del romanzo aveva osservato come l’elettricità fosse in grado di provocare contrazioni nei muscoli di rane senza vita. In particolare, il protagonista del romanzo sembra proprio ispirato al nipote di Galvani, Giovanni Aldini, che tentò di sperimentare il galvinismo direttamente sui cadaveri umani. E quegli esperimenti inquietanti e affascinanti entrarono nell’immaginario collettivo, al punto di ispirare la creazione della celebre “creatura” rianimata.

Ma chi era davvero Galvani? È a questa domanda che risponde il libro “Galvani” di Marco Bresadola, professore al Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Ferrara. L’opera restituisce al lettore la complessità intellettuale e umana di un personaggio ben più profondo di quanto non suggerisca l’icona dello scienziato solitario alle prese con le rane e i fulmini. Galvani fu, in realtà, il prodotto di una cultura ricca, stratificata e interconnessa, in cui la medicina, la filosofia, la religione e la fisica dialogavano in modo naturale.