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Un lato poco raccontato delle operazioni grandi ed eclatanti del cosiddetto “risiko bancario” è quello delle conseguenze concrete per i clienti delle banche che in questi anni, e anche negli ultimi giorni, ne sono state protagoniste. “Risiko bancario” è l’espressione con cui ci si riferisce al continuo fermento di acquisizioni e fusioni del settore, che sta portando alla creazione di banche sempre più grandi e che secondo la teoria economica dovrebbe avere due obiettivi: che gli istituti diventino più solidi e capaci di competere a livello internazionale; e che trovino le risorse per innovare e abbattere i costi.
Di questo ha beneficiato il sistema economico nel suo complesso, che si trova con banche più competitive e con meno probabilità di fallire. Ma in qualche forma dovrebbero trarne vantaggi anche i clienti, che in teoria ottengono servizi bancari più convenienti e di qualità. Finora però sembrano averne beneficiato solo le banche e i loro azionisti, che dalle aggregazioni stanno guadagnando parecchio in termini di profitti e dividendi: per le persone comuni e le aziende clienti, invece, per ora sembrano esserci stati perlopiù svantaggi.
Per dare una dimensione a questa concentrazione di mercato (cioè la riduzione del numero complessivo di banche, intese come aziende e non come singole filiali): alla fine del 2024 il sistema bancario italiano era composto da 134 banche, ripartite tra 53 gruppi e 81 banche singole; nel 2014 erano 510.













