In questo momento, per esempio, ho molta sete». È la prima cosa che mi dice il giornalista Husam Al Sayagh dalla Striscia di Gaza quando gli chiedo di parlarmi della questione dell’acqua. «Ma ho già bevuto un bicchiere qualche ora fa, devo rispettare i limiti che ci siamo imposti affinché non finisca subito ciò che siamo riusciti a recuperare. Qui anche l’acqua è stata militarizzata per ucciderci, per favorire la nostra pulizia etnica». Le sue parole sono le stesse che ha utilizzato recentemente Medici senza frontiere, in un rapporto divulgato il 28 aprile 2026 – “Water as a weapon: Israel’s destruction and deprivation of water and sanitation in Gaza (L’acqua come arma: la distruzione e la privazione dei servizi idrici e igienico-sanitari a Gaza da parte di Israele)” – Msf documenta come il ripetuto uso dell’acqua come arma da parte delle autorità israeliane non sia costituito da atti isolati, ma faccia parte di un modello ricorrente, sistematico e cumulativo. Prima di divenire profugo e di perdere il lavoro, Al Sayagh ha collaborato con molte testate, ha lavorato per l’agenzia stampa Shehab, ha fatto l’inviato per il canale Misr 25, ha scritto per un giornale locale, Al Risala. Spiega ogni dettaglio della sua nuova vita con chiarezza, con dignità. Mi racconta che ora si occupa della madre disabile. A proposito dell’acqua utilizzata come arma, gli chiedo di spiegarmi meglio cosa intende. I suoi sospiri inariditi appesantiscono l’intero racconto.A Gaza, mi spiega, l’acqua arriva secondo un calendario. L’acqua per l’utilizzo quotidiano, non quella potabile. Il Comune alimenta i rubinetti che si trovano nelle strade da pozzi temporanei o pozzi d’emergenza, scavati durante il genocidio o nei periodi di tregua. Queste stazioni di rifornimento non sono molte. Alcuni abitanti di Gaza devono camminare per 5/6 ore sotto il sole prima di riuscire a raggiungere una stazione. Nella sua zona, il pompaggio dell’acqua prevede un solo giorno a settimana. In quel giorno, mi racconta, vedi girare per le strade persone di tutte le età, specialmente bambini con in mano recipienti di ogni tipo: pentole, secchi, taniche, bacinelle. I più fortunati sono quelli che hanno un barile. A guardar bene il barile di molti ci si accorge che in realtà è ammaccato da tutte le parti. Quei barili sono principalmente recuperati dalle case bombardate. Per poterli utilizzare, la plastica viene sciolta l’una sull’altra e si fa in modo di saldare, di chiudere la ferita, affinché il barile possa contenere tutta l’acqua. Una volta riempiti, quei barili, quei secchi, quelle pentole, divengono lo scrigno d’oro di ogni famiglia. Da quel momento comincia la cosa ancor più difficile del fatto stesso di cercare l’acqua: razionarla.Per fare qualunque cosa nella tua quotidianità hai bisogno dell’acqua, mi dice, te ne rendi conto solo quando non ce l’hai e avendone poca, per ogni bisogno, puoi al massimo utilizzare una quantità d’acqua uguale a quella che può contenere una tazza mug. «Immagina, utilizzare così poca acqua per pulirti il viso, i denti, per pulire una ferita, per pulirti quando vai in bagno, per cucinare, per lavare i piatti. È una sofferenza quotidiana, una tortura terribile. Inoltre, non riusciamo mai a lavare davvero i nostri vestiti, sia per la poca acqua, sia per il fatto che sono troppo sporchi. Noi viviamo praticamente per strada, viviamo sulla terra. Sotto di noi c’è solo un telo di nylon. I nostri vestiti sono sporchissimi. Così poca acqua non li pulisce mai del tutto, in questo modo proliferano le infezioni e le malattie della pelle. Per non parlare di quanto sudore è attaccato sui nostri vestiti. In questi giorni le temperature a Gaza sono altissime e le nostre tende agiscono come delle serre agricole, trattengono il calore in modo pazzesco. La permanenza all’interno è assolutamente insopportabile. Se resti seduto dentro, il viso ti diventa tutto rosso, rosso incandescente, e cominci a sudare fino a bagnare tutti i vestiti. In genere ce ne stiamo seduti sulla porta della tenda o vicino a qualsiasi spiraglio d’aria per sfuggire al caldo ardente che brucia l’interno».Bevo un sorso d’acqua e mi sento di tradirlo. Mi sembra di vedere le donne e i bambini con la faccia rossa, circondati dei rifiuti, di tutti gli insetti di cui lui mi racconta. «Proprio adesso, mentre ti parlo sono assalito da centinaia di mosche, di zanzare. Per non parlare dei ratti. Quella è un’altra vera e propria emergenza. Sono tantissimi, entrano nelle tende e ci mordono. Io stesso sono stato morso. Di notte la loro attività è particolarmente intensa, li sentiamo correre da una parte all’altra, sgranocchiare tutto, i loro versi sono altissimi, gridano, sembrano parlare tra loro. Ce ne sono di tutti i tipi, sono enormi, di una grandezza spaventosa. Ci eravamo già abituati ai topi durante lo sfollamento, ma ora, da qualche mese, sono apparse razze che non avevamo mai visto e sono aumentati di circa il 600 per cento». Perchè questo aumento?, gli chiedo. Sorride amareggiato. «Li portano le macerie, il caldo, ma soprattutto, viviamo in una specie di fogna all’aperto. Questo è il loro ambiente, non il nostro. Ti sei mai chiesta in che modo espletiamo i nostri bisogni?». Non rispondo.«Non esiste una rete idrica a Gaza e neanche rete una fognaria. Tutto distrutto per il 90 per cento. L’occupazione ha deliberatamente preso di mira i pozzi d’acqua che alimentavano le città principali come Gaza city, Khan Yunis e Rafah. Recentemente hanno attaccato il pozzo di Al-Zen a Gaza nord. Circa 1 milione e 800 mila persone su 2 milioni è sfollata e ha le case distrutte. Dipendiamo tutti dalle tende e le tende non sono collegate alle reti idriche e alle reti fognarie che, in ogni caso, non esistono più. Ognuno di noi, accanto alla sua tenda ha costruito il proprio “bagno”: piantiamo quattro pali nel terreno, li avvolgiamo con un telone e mettiamo all’interno una sedia da bagno (tazza chimica/portatile). La sedia da bagno viene fissata con un po’ di cemento e lo scarico di questa sedia è collegato ad un tubo che va in una fossa. Scaviamo una fossa profonda due o tre metri sottoterra. Ognuno di noi ne ha scavata una accanto alla tenda. Ovviamente non esiste lo sciacquone, si butta quella poca acqua per riuscire a far fluire il rifiuto verso la fossa. In alcune zone, nelle zone in cui il terreno è argilloso e non assorbe l’acqua, questa trabocca. Dopo due o tre settimane, sei costretto ad aprire la fossa e a tirare fuori i rifiuti con le tue mani. Stiamo vivendo effettivamente nell’età della pietra. Non sai quante notizie ci sono giunte di bambini morti perché, mentre giocavano, sono caduti dentro queste fosse, annegando dentro i rifiuti umani. Bambini di due anni, di cinque, sei anni». Forse Hussam si accorge dell’angoscia che mi attraversa sentita questa notizia e prova a tirarmi su il morale. Lui, non io. Mi dice: “Qualcosa di bello in tutto questo dramma, accade. Quando arriva l’acqua potabile nelle autocisterne. Le accogliamo come benedizioni dal paradiso. L’acqua potabile è un lusso. Questi camion cisterna sono messi a disposizione da organizzazioni umanitarie e di soccorso provenienti da vari Paesi – tra cui Egitto, Emirati Arabi Uniti, Malesia e Italia – oltre che da donatori locali. Molte volte Israele ha colpito direttamente i volontari che guidavano le autocisterne. Quelle che riescono ad arrivare vengono assalite dagli assettati, da chi da giorni beve acqua salata o l’acqua non potabile recuperata giorni prima dai rubinetti. Corriamo per riempire i nostri secchi e le nostre taniche, ma siamo tantissimi. Ognuno si prende ciò che il destino gli ha prescritto». Mi racconta di come ogni tentativo di rialzarsi venga contrastato. «Esistevano anche piccoli negozi, prima, che desalinizzavano l’acqua e questo aumentava le risorse di acqua potabile. Ora la maggior parte di questi piccoli centri di desalinizzazione è fuori utilizzo, i motori spenti, perchè un litro di olio utilizzato per i generatori elettrici costa 800 dollari, l’occupazione sta impedendo che entri. Pensa che prima del genocidio costava 4/5 dollari. Senza olio per far partire il motore non si può far nulla perchè, qualora il motore dovesse rovinarsi, i pezzi di ricambio sono introvabili. Tutto è progettato affinché la morte, lentamente, possa raggiungere ognuno di noi».Le malattie a causa dell’acqua contaminata e salmastra sono in costante aumento nella Striscia, specialmente tra i bambini. Vi è un aumento di diarrea acuta e dell’epatite A. La situazione, hanno descritto gli esperti delle Nazioni Unite, è catastrofica e va oltre una normale crisi umanitaria, per rientrare nell’ambito dell’uso delle risorse essenziali come strumento di pressione e di genocidio contro un popolo. Chi siamo quando accettiamo che l’acqua venga utilizzata come arma di guerra contro un popolo? Come si può definire una comunità internazionale che ha normalizzato tutto questo?
Sete di Gaza come arma di sterminio - Colloquio con Husam Al Sayagh
Una tazza al giorno: per bere e fare tutto. Senza acqua, la Striscia muore. Desalinizzare non è più possibile. Servirebbe l’olio per i generatori. Ma ha raggiun







