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Ultimo aggiornamento: 8:01

Dopo il 7 ottobre 2023, la popolazione di Gaza è stata costretta ad adattarsi a una routine fatta di taniche, vecchie bottiglie di plastica e secchi consumati. Tutti i giorni migliaia di palestinesi si mettono in fila per ore, uomini, donne e bambini, per raggiungere le autocisterne, riempire quel che si ha e recuperare così l’acqua da bere e per lavarsi. Ogni famiglia sa che dall’arrivo di quelle autobotti dipende la propria sopravvivenza.

L’80% delle reti idriche della Striscia è distrutto e nel Nord gli abitanti hanno a disposizione meno di 3 litri d’acqua a testa al giorno. Ossia un quinto della quantità minima raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, e molto meno di quanto consumiamo noi in pochi minuti di banali attività quotidiane.

Oggi, a 5 mesi dalla tregua, a Gaza ci sono due milioni di sfollati. Più della metà vive in campi sovraffollati, dove basta qualche giorno di pioggia per far sprofondare le tende nel fango delle fogne. Due anni di raid israeliani hanno distrutto pozzi, serbatoi, impianti di trattamento dell’acqua e di depurazione. Ma la ricostruzione è rimasta una promessa sulla carta. A fine gennaio, l’Onu ha denunciato il blocco del 70% della produzione idrica di Gaza City, a causa del governo israeliano che impedisce l’ingresso di materiale per la riparazione dell’acquedotto di Mekorot.