A Gaza permangono le restrizioni all’ingresso di aiuti umanitari e si moltiplicano gli allarmi per l’aggravarsi della crisi di sicurezza alimentare: i principali programmi di soccorso continuano a ridimensionare i propri servizi, in particolare le iniziative di distribuzione di pasti gestite dalla World Central Kitchen. A ciò si aggiungono le accuse ufficiali mosse dall’Ufficio stampa del governo di Gaza, secondo cui – come dice il portavoce Tayseer Muhaysen – le autorità israeliane «tentano da tempo di utilizzare la fame come arma tra gli altri strumenti impiegati nella Striscia».
Muhaysen ha aggiunto che dall’inizio del cessate il fuoco, l’11 ottobre scorso, la parte israeliana «non ha rispettato le disposizioni dell’accordo, compreso il numero di camion e di rifornimenti alimentari ammessi a Gaza», sottolineando che solo circa il 37% degli aiuti umanitari concordati è entrato nell’enclave.
SECONDO MUHAYSEN, questa carenza ha influito direttamente sulle operazioni delle istituzioni umanitarie sul campo. Ha inoltre affermato che i generi alimentari essenziali come latte in polvere, carne, pollame e verdure fresche sono soggetti a restrizioni, mentre i beni non essenziali vengono ammessi a prezzi elevati. Solo 15 commercianti privati sono autorizzati a importare merci a Gaza, una misura che è parte di una più ampia politica di controllo dei valichi e di limitazione dei flussi di approvvigionamento. Muhaysen ha infine denunciato come i bombardamenti e gli scontri a fuoco quotidiani prendono di mira i punti di distribuzione di generi alimentari e gli operatori umanitari: ai civili viene impedito di tornare alla vita normale.






