Il condizionale è d’obbligo. Salvo improvvisi colpi di scena, nelle prossime ore o al più nei prossimi giorni dovrebbe essere siglata l’intesa per il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran in base al memorandum preparato dal Pakistan, che continua a svolgere un ruolo fondamentale nella gestione di questo delicato dossier. Sembra che la parte generale dell’accordo verrà firmato a distanza. A dirlo è stato lo stesso premier pakistano Shebaz Sharif. Se così fosse, si porrebbe fine ad un conflitto che ha disorientato il mondo intero, ha generato enormi danni all’economia internazionale a causa della prolungata chiusura dello Stretto di Hormuz.
Un conflitto che fin dall’inizio non è stato compreso dalle opinioni pubbliche coinvolte, direttamente o indirettamente, in questa crisi. Molti osservatori sottolineano che Trump rischia di pagare un enorme costo politico per aver voluto attaccare l’Iran e per aver prolungato la situazione di stallo. E lo dicono, considerando il fatto che presto egli si sottoporrà al verdetto delle elezioni di Midterm, ma anche che la decisione di americani ed israeliani ha finito per unire la popolazione iraniana: sembra lontano, ormai, il ricordo di giovani pronti a scendere in piazza per riacquistare quella libertà negata dal regime degli Ayatollah. Regime che parte dell’Occidente voleva combattere e indebolire. L’eliminazione della classe dirigente iraniana ha prodotto, in definitiva, una parzialissima sostituzione di leadership e non il superamento di quel modello. Al di là di giorno e luogo in cui l’intesa tra Washington e Teheran verrà firmata, va detto che essa prevede la fine della guerra in cambio della riapertura dello Stretto di Hormuz, dello stop degli aiuti a gruppi terroristici come gli Hezbollah, dell’eliminazione graduale delle sanzioni all’Iran, della rinuncia all’arma atomica da parte di questo Paese guidato dal figlio di Ali Khamenei (i cui funerali inizieranno il prossimo 4 luglio) e soprattutto dello smantellamento del programma nucleare con la consegna dell’uranio arricchito affinché venga distrutto. Un problema non facile da risolvere quest’ultimo. L’intesa includerebbe anche Libano e Israele, nonostante è evidente a tutti la prudenza e la freddezza di Netanyahu, che al contrario di Trump si sente incoraggiato dall’orientamento favorevole alla guerra da parte di molti dei suoi connazionali.











