Quella che per molti anni è stata considerata l’impresa d’assicurazione rossa per eccellenza, di proprietà del mondo cooperativo e dall’inconfondibile imprinting politico anche nella toponomastica (sede in via Stalingrado 45), sta ora per entrare nel ristretto gotha della finanza italiana. Il gruppo bolognese Unipol, sotto la guida di Carlo Cimbri, aveva per la verità abbandonato buona parte dei suoi trascorsi ideologici già dal 2012, mantenendo tuttavia il controllo saldamente in mano alle coop, quando riuscì nell’impresa di assorbire la Fonsai della famiglia Ligresti in un tragitto disegnato dalla Mediobanca di Alberto Nagel. Il tempio del capitalismo privato italiano, a quel tempo, era fortemente esposto con crediti concessi a Fonsai ed alla stessa Unipol. Dando prova di spirito pragmatico assecondò pertanto una soluzione che, nel soddisfare i desideri di espansione di Bologna, tutelava al tempo stesso i suoi interessi.
Ma ora, al seguito dell’Opas lanciata nei giorni scorsi da Intesa SanPaolo nei confronti di Mps - un’operazione da 30,6 miliardi di euro - si aprono per la compagnia di Cimbri autentici orizzonti di gloria. Se l’offerta pubblica andrà in porto, la banca di Carlo Messina cederà a Unipol circa la metà degli sportelli di Mps (635) così da tacitare le già prevedibili richieste dell’Antitrust. Assieme passeranno di mano centri direzionali, il 50% del retail e corporate banking (ma non i crediti deteriorati) nonchè la metà del wealth management. Il passaggio di mano avverrà con un corrispettivo totale cash di massimi 3,5 miliardi, 2,5 miliardi dei quali provenienti da un aumento di capitale.











