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La sorpresa è che Russell Crowe non sembra minimamente interessato a essere Russell Crowe. Mentre intorno a lui continua a vivere il mito del Gladiatore, lui parla di fatica, di disciplina, di personaggi, di errori e perfino dei tendini che oggi gli ricordano ogni scelta fatta sul set. Del corpo è rimasta la memoria del lavoro; del resto, nessuna nostalgia. E così, mentre ascolti, smetti quasi di vedere l’icona e cominci a vedere l’attore.
È al Taormina Film Fest per accompagnare, insieme a parte del cast, l’anteprima mondiale di Bear Country, il nuovo film diretto da Derrick Borte in uscita il 26 agosto, e per ricevere il Taormina Film Festival International Achievement Award, Crowe appare lontano dalla celebrazione del mito. Guarda altrove. «Quando sono entrato sul set de Il Gladiatore è stato uno shock. Un salto di scala enorme. Fino a quel momento avevo lavorato in produzioni da poche decine di migliaia di dollari. Poi all’improvviso mi ritrovo circondato da centinaia di cavalli, quattrocento soldati, catapulte ovunque. Ricordo di aver pensato: ma dove sono finito?». Sorride. «Poi c’erano anche le conseguenze pratiche. Durante una scena ho preso un’ascia in piena faccia. Era un altro modo di fare cinema: fisico, gigantesco, immersivo».











