Russel Crowe scatena a Taormina un graditissimo inferno. Barba bianca, capelli scuri raccolti in un codino, una forma fisica che smentisce i sessant’anni, anche se lui scherza sugli acciacchi dell’età, e gli occhiali per leggere il testo in italiano che ha preparato per la serata al Teatro Antico. Il divo australiano è accolto, nella quarta giornata del Film Festival, da una folla di persone dentro e fuori dal palazzo, ammiratori a caccia di selfie a cui si presta con evidente piacere, e poi un incontro con il pubblico scintillante. Crowe è in forma, spiritoso, capace di ridere di sé, dei tendini che scricchiolano e dei vent’anni che separano Massimo Decimo Meridio dall’uomo che siede oggi davanti a una platea siciliana “mi dicono ci sono molti studenti, ma devono essere cresciutelli, vedo molte teste bianche in platea”, scherza.
È qui per ritirare il Premio alla Carriera e per presentare Bear Country di Derrick Borte — thriller con Aaron Paul, Nina Dobrev e Luke Evans, in alcune arene estive dal 10 al 18 agosto e in sala dal 26 agosto con 01 — ma l’incontro riguarda tutto: innanzitutto il Gladiatore e il sequel sbagliato “perché ha perso l’etica”, Netflix, l’Unabomber, Highlander, gli stunt, l’affetto per Gabriele Muccino e Padri e figlie (è intensissimo, all’epoca non ebbe un sostegno promozionale adeguato, andatelo a cercare sulle piattaforme”), e l’italianissima citazione di una canzone di Ultimo.











