C’è una scena, tra tutte, che racconta meglio di un comunicato ufficiale l’incontro tra Xi Jinping e Kim Jong-un a Pyongyang, l’8 e 9 giugno 2026. Non è il tappeto rosso, non sono i sorrisi, non sono le strette di mano calibrate al millimetro. È la visita alla Torre dell’Amicizia sino-coreana, il monumento dedicato ai cinesi caduti nella guerra di Corea.

La cerimonia non è nostalgia: è un promemoria. Pechino e Pyongyang stanno dicendo che la loro relazione non nasce da una conferenza stampa, ma da una guerra. E soprattutto da una guerra combattuta contro gli Usa. Nella narrazione cinese e nordcoreana, quella degli anni Cinquanta non è semplicemente la guerra di Corea: è la “resistenza all’aggressione americana”. Tradotto dal burocratese rivoluzionario: noi vi abbiamo già fermati una volta. A chi è rivolto il messaggio? A Washington, ovviamente. A Seul. A Tokyo. Ma anche a Mosca, perché Xi non è andato da Kim solo per abbracciare un vecchio alleato: è andato a ricordargli chi è il proprietario storico del cortile. E a Kim, che nel frattempo ha scoperto di poter vendere guerra a caro prezzo, questa visita serviva per far capire che lui non è più soltanto il nipote nervoso seduto al tavolo dei grandi. Ora è un giocatore. La nuova veste di Kim La notizia più importante dell’incontro, infatti, non è ciò che Xi e Kim si sono detti. È ciò che non hanno detto: denuclearizzazione. La parola è scomparsa. Evaporata. Cancellata come un dissidente dalle foto ufficiali. Lo hanno notato diversi analisti: nei resoconti ufficiali del vertice non c’è stato spazio per il vecchio mantra con cui per anni Cina, Usa, Sud Corea e Giappone hanno provato a tenere in vita la finzione diplomatica secondo cui Pyongyang, prima o poi, avrebbe potuto rinunciare alle sue atomiche.