La parola più importante è quella che non si sono detti: denuclearizzazione. Dopo il fugace colloquio dello scorso settembre a Pechino, a margine della parata militare per l’80esimo anniversario della resa del Giappone, Xi Jinping e Kim Jong-un sono tornati a vedersi per un vertice bilaterale. Erano trascorsi ben sette anni dalla precedente (e sino a due giorni fa unica) visita del presidente cinese a Pyongyang. Era giugno 2019, a ridosso dell’ultimo incontro tra il leader supremo nordcoreano e Donald Trump alla zona demilitarizzata tra le due Coree.
Come allora, Xi e la moglie Peng Liyuan sono stati accolti in aeroporto da Kim e consorte, che li hanno poi accompagnati a una magniloquente cerimonia di benvenuto su piazza Kim Il-sung, con onori militari e gigantografie dei due leader. L’apparato scenografico è parso in linea con quello del 2019 e del giugno 2024, quando a Pyongyang era stato Vladimir Putin per la firma del trattato di mutua difesa.
Un’intesa che ha aperto all’invio di decine di migliaia di soldati nordcoreani a combattere contro l’Ucraina, in cambio di una cifra cospicua e di trasferimento tecnologico utile allo sviluppo satellitare e militare. Un accordo a cui la Cina ha guardato con silenzioso fastidio, per il collegamento diretto tracciato tra fronte europeo e Asia orientale, che ha sempre voluto evitare.










