Nella visita di stato che si conclude lunedì 8 giugno a Pyongyang, Xi Jinping non solleverà obiezioni sull’atomica nordcoreana, e così Kim Jong-un avrà fatto un passo avanti verso lo sdoganamento del programma nucleare per il quale il paese cuscinetto tra la Cina e i 28.500 soldati Usa di stanza a Sud del 38° parallelo è sotto sanzioni Onu da vent’anni.

Domenica il presidente cinese ha promesso «sostegno incrollabile alla causa socialista della Repubblica popolare di Corea». La linea di Xi, accolto in pompa magna nel confinante e alleato regno dei Kim, era stata fino a qualche tempo quella della «de-nuclearizzazione della penisola coreana». La Cina – da cui dipende il 90 per cento degli scambi nordcoreani – è interessata alla stabilità della regione e ha vissuto con insofferenza le bizze missilistiche del nipote di Kim Il-sung.

Tuttavia, il progetto di scudo aereo Golden Dome – che altererebbe l’equilibrio strategico globale – lanciato da Donald Trump e da Lockheed Martin (tra i suoi principali finanziatori elettorali), l’annuncio della ripresa dei test con la bomba da parte dello stesso presidente Usa, e gli attacchi al Venezuela, hanno cambiato il quadro.

Come cambia la minaccia nucleare: l’escalation si evita solo con l’Ue forte