Parigi, Francia – Può esistere un cemento sostenibile? Sì, ma si tratta di uno dei settori più difficili da decarbonizzare in assoluto, uno di quelli che va sotto il nome di hard to abate in gergo climatico. Tra gli altri ci sono vetro, acciaio e ceramica.Posto che smettere di costruire e produrre non si può, occorre trovare soluzioni per ridurre l’impatto delle lavorazioni. Si sta facendo abbastanza? C’è chi dice no. Anche perché le lobby sono in grado di condizionare il processo legislativo e rallentarlo. Mesi e anni in più che significano miliardi (apparentemente) risparmiati per le aziende coinvolte e tempo prezioso perso nella lotta contro il riscaldamento globale. Vediamo cosa si sta facendo e cosa si deve fare grazie alle parole di un protagonista del settore.Cemento e calcestruzzo non sono la stessa cosaPrima di tutto occorre spiegarsi: calcestruzzo e cemento non sono la stessa cosa. Il calcestruzzo è quello con cui si costruiscono gli edifici. Il cemento è uno degli ingredienti che vanno a comporlo, costituito a propria volta da altri materiali come il cosiddetto clinker. Al cemento si deve buona parte dell’impronta carbonica del calcestruzzo, perché va cotto a 1.450 gradi Celsius. Un processo produttivo ad alto impatto in termini di emissioni per l’enorme quantità di energia richiesta dai forni, ma anche perché a 900 gradi il calcare si scinde in CaO, cioè ossido di calcio o calce viva, e anidride carbonica, il più noto tra i gas serra. Per questo motivo, spiegano gli esperti, anche qualora si alimentasse un cementificio esclusivamente con energia verde, le emissioni resterebbero stratosferiche: in media circa 600 chilogrammi di anidride carbonica per tonnellata di cemento Portland, il più comune usato nel mondo come base per il calcestruzzo. Insomma, un'enormità.E cosa si intende per cemento sostenibile?Per cemento sostenibile “si intende un calcestruzzo che, a parità di prestazioni, è caratterizzato da un'impronta carbonica più bassa”, spiega il professor Luigi Coppola, docente di Materiali per l’edilizia all’Università degli Studi di Bergamo.“Il problema ingegneristico è che è facile ridurre l’impronta carbonica riducendo le prestazioni”, mentre lo scopo è mantenerle invariate “e per questo è necessario fare ricorso ad additivi che ci consentano di compensare il calo”. Un campo, quello della chimica degli additivi, in cui si stanno sviluppando interessanti tecnologie. “Oltre ai superfluidificanti, ci sono nuove famiglie di prodotti chiamati volgarmente strenght enhancer: impiegandoli si riesce a usare meno cemento per produrre il calcestruzzo, fermo restando il livello di resistenza da conseguire”.Secondo Coppola, la notizia positiva è che “il paradigma è cambiato rispetto a 30, 20 e persino 10 anni fa. Ciò che è stato sostenuto a lungo, cioè che per fare del buon calcestruzzo serve usare molto cemento, viene a cadere. Oggi siamo chiamati a ragionare in modo diverso: fermo restando la prestazione da conseguire in termini di resistenza e durabilità, si deve cercare il minor impiego di cemento possibile”.Il caso di EcocemWired ha avuto la possibilità di visitare lo stabilimento francese di un’azienda, Ecocem, che produce cemento sostenibile. Fondata 25 anni fa dall'irlandese Donald O'Ryan, poco dopo l'approvazione del celebre Protocollo di Kyoto, quando “c’era già consapevolezza del problema delle emissioni: ma si trattava comunque di uno spunto radicale per quei tempi, anche considerata la tecnologia disponibile all’epoca”, spiega l'imprenditore.O’Ryan scorse un mercato potenziale, e pensò di entrarci, pur senza grosse innovazioni. La svolta arrivò una dozzina di anni fa, con l’esigenza di risolvere alcuni problemi, come la carenza di zolfo. “Fu questo a spingerci a pensare di crearci un nostro laboratorio – ricorda – e ad assumere personale”.A guidarlo, oggi, c’è l’italiana Roberta Alfani. “La nostra tecnologia – spiega Alfani – riduce significativamente il clinker, ingrediente fondamentale nella maggior parte dei cementi moderni e responsabile di oltre il 90 per cento delle emissioni della produzione di questo materiale”.Il clinker verrebbe ridotto da Ecocem “di circa il 70 per cento rispetto alla media europea. Un risultato che si ottiene sostituendolo con una vasta gamma di filler ingegnerizzati e di materiali ampiamente disponibili su scala globale e che si possono trovare localmente".Aggirandosi per il laboratorio alla periferia di Parigi, giovani ricercatori vestiti in camice bianco ci mostrano i macchinari utilizzati per le sperimentazioni. “Molti sono gli stessi impiegati dall’industria farmaceutica”, dice Alfani indicando i dispositivi: anche in quel caso, spiega, la miscelazione e il dosaggio di polveri devono essere misurati con estrema precisione.Sperimentando composti e proprietà si vogliono individuare miscele capaci di ottenere prestazioni simili impiegando, però, sempre più materiali prodotti localmente: perché trasportare il cemento non è affatto vantaggioso dal punto di vista economico e va, quindi, prodotto quanto più possibile vicino al luogo di utilizzo. Senza contare che a latitudini differenti si impiegano composizioni diverse. Il modello di business di Ecocem, insomma, sarà sempre più quello di studiare le formulazioni, e vendere il prodotto di questa ricerca. Un fatto possibile, afferma Alfani, "perché la reologia, cioè la facilità di messa in opera e le proprietà finali del nostro materiale sono eccellenti. Sono garantite non solo elevate resistenze meccaniche, ma anche una durabilità superiore nel tempo”.La nuova sfidaQuanto ci vorrà affinché questo tipo di tecnologie si diffonda? Difficile dirlo. Ecocem non è l'unica azienda a produrre cemento sostenibile. Ma si tratta di attori piccoli rispetto ai giganti del settore. Ce ne sono anche di italiani, e molti hanno uffici e lobbisti a Bruxelles, pronti a confezionare dossier interessati per chi scrive le regole.“Possiamo senz'altro affermare che, al momento, l’Europa è leader globale nel cemento a basse emissioni”, riprende O'Ryan. “Fino a poco tempo fa c’era una certa competizione da parte degli Stati Uniti; ma da quando si è insediato Donald Trump son stati tagliati i fondi alla maggior parte dei progetti sul cemento. Il risultato è che molte delle energie dedicate a quello low carbon hanno lasciato gli Stati Uniti”.Nonostante il recente primato, prosegue O’Ryan, l’Europa “resta sotto l’influenza dei vecchi attori del settore del cemento, che vogliono continuare a produrre il cemento nelle fornaci tradizionali e a risolvere il problema delle emissioni con la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica, la cosiddetta CCS. Con due vantaggi, per loro: il primo è mantenere in funzione i vecchi macchinari senza necessità di ingenti investimenti; il secondo è assicurarsi che il costo dei sistemi per la cattura del carbonio non venga sopportato dall’industria stessa. In pratica, l’industria agisce per proteggere i propri asset e scarica i costi dell'innovazione sulla Ue, e quindi sulla gente, sotto forma di sussidi o di prezzi più alti. Ma siamo seri…”.Alcuni governi europei, “e in particolare quello francese, forniscono sussidi notevoli per gli investimenti nella CCS”, aggiunge l'imprenditore. La conclusione è che “non c’è competizione, perché i grandi cementifici lavorano contro chi cerca di introdurre nuove tecnologie temendo di favorire dei concorrenti". E ci starebbero riuscendo, dal momento che "abbiamo un ambiente regolatorio in cui si blocca l’innovazione invece di fornirle una corsia preferenziale”.