Cara Maria,sono un uomo di mezza età (perché non credo che i 50 siano i nuovi 30, come dicono oggi) e voglio raccontarti un incontro con una persona che proviene da una cultura diversa e che mi ha fatto ragionare su temi che anche lei tratta spesso nella sua rubrica. Nel caso specifico sul matrimonio. Eravamo entrambi intrappolati in un treno fermo per un’avaria, io e questo signore originario della provincia indiana del Kerala, al sud del paese, per cui ci siamo intrattenuti in chiacchiere. Fino a che non mi ha telefonato mio figlio con cui ho avuto una conversazione accesa sul fatto che ha deciso di sposarsi all’improvviso, innamorato pazzo di una donna più grande di lui di 8 anni. Lui ne ha 29, lavora è autonomo e non è certo l’anagrafe a definire la possibilità di successo della sua decisione, ma certamente lo è la fretta con cui si sta impegnando a dire “per sempre si” sull’onda dell’entusiasmo e delle farfalle nello stomaco. Quando ho finito la telefonata concitata mi sono scusato con il mio vicino, e mi sono lasciato scappare un accenno di confidenza: «i figli non ascoltano i genitori e anzi se gli dai un consiglio fanno esattamente l’opposto». Lui mi ha ascoltato, ha abbassato la testa in segno di condivisione e poi ha parlato: «questa cosa che lei dice capita qui da voi, in Italia, in occidente, in India i consigli dei genitori sono sacri, soprattutto quando si tratta di scegliere una moglie o un marito». Aveva ascoltato la mia conversazione ovviamente. Io sono rimasto da prima un po’ stupito di tanta “sfacciataggine”, di questa intromissione nel mio personale, ma poi la mia ansia di padre e la noia dell’attesa mi hanno convinto a chiedergli come facevano “loro” a indirizzare i figli soprattutto su vicende sentimentali. «Da noi è normale scegliere la sposa o lo sposo dei nostri ragazzi, o comunque consigliarli con fermezza su quale sia la scelta migliore per loro». Insomma, matrimoni combinati. «Quando non si è coinvolti si sceglie meglio la persona con cui stare tutta la vita», ha continuato ineffabile il signore che avevo l’impressione mi guardasse con un po’ di pena. Ma l’amore? Ho chiesto io cercando di smuovere tanta razionalità. «Quello arriverà grazie alla pazienza, alla conoscenza, alla costanza». Impossibile toglierli quella certezza per me così antica e retrograda. Eppure era una persona colta, laureata, con un’agenzia di viaggi molto avviata in India. Mi ha voluto rassicurare sul fatto che quello che mi stava dicendo non riguardava ovviamente le spose bambine, un fenomeno criminale che non può essere in alcun modo tollerato. Insistendo sul fatto che i giovani indiani sono per lo più d’accordo a farsi scegliere il partner dai genitori, e che in questo modo gli insuccessi delle relazioni coniugali sono molto inferiori a quando in gioco c’è solo la passione e non la ragione. Anche se la mia cultura e la mia formazione non possono farmi essere d’accordo con la teoria dell’amico indiano, devo ammettere che l’idea mi ha affascinato soprattutto in un momento in cui sono convinto che mio figlio stia per compiere una grande sciocchezza. Posso sapere lei cosa ne pensa? Stiamo sopravvalutando l’amore, almeno nel contratto matrimoniale?Bernardo Risposta Caro Bernardo,la sua non è la prima lettera che mi arriva di genitori preoccupati che il figlio sia fidanzato con una ragazza più grande. Ne bastano un paio, di anni, di differenza per gettare madri e padri nel panico. Le regole sociali che vogliono fanciulle al fianco di uomini sono dure a morire. Non crede che l’importante sia la qualità della relazione e non la differenza anagrafica? Nel suo caso il delta è di 8 anni, non è poi una distanza siderale, soprattutto per questa generazione. In ogni caso non credo che sia affar suo, caro Bernardo, come non lo sarebbe scegliere una compagna per suo figlio. In India, ha ragione, la pratica delle nozze decise dalle famiglie sono ancora una realtà molto presente, soprattutto nelle classi meno agiate culturalmente, ma da noi, in Italia, in Occidente, non si può immaginare una cosa del genere, perché ognuno deve sbagliare in proprio, anche in amore e perché la libertà è un concetto troppo radicato e importante. Tutte le lettere e le risposte di Maria Corbi Se è vero che un matrimonio di convenienza può trasformarsi in amore è anche vero il contrario, ossia che dalla passione si passi alla condivisione di una vita fatta di obiettivi comuni, figli, condivisione di responsabilità. Tra le due possibilità scelgo comunque la seconda, una libera scelta. Mi viene in mente un episodio di qualche anno fa quando a una riunione scolastica mi misi a conversare con una signora indiana che aveva la figlia in classe di mio figlio. Le chiesi cosa avrebbe fatto all’Università la sua ragazza. E lei mi rispose senza esitare: medicina. «È una sua passione da sempre?», le chiesi per sostenere quel dialogo. E lei mi squadrò dall’alto in basso liquidando il discorso con poche e chiare parole: «Da noi sono i genitori a scegliere cosa faranno i figli, abbiamo fatto tanti sacrifici e adesso lei deve portare a noi l’uovo d’oro». Insomma la ragazzina era stata indirizzata a una professione che avrebbe assicurato alla famiglia una certezza di rango ed economica. E anche se non lo chiesi immagino che anche per l’amore la scelta non sarà stata libera. Un pensiero triste che ogni tanto mi accompagna pensando a quella talentuosa ragazza dal sorriso triste.
“Cara Maria, l’amore è sopravvalutato? Non sarebbe meglio un contratto prematrimoniale?”
Cara Maria,sono un uomo di mezza età (perché non credo che i 50 siano i nuovi 30, come dicono oggi) e voglio raccontarti un incontro con una persona che proviene da una cultura diversa e che mi ha fatto ragionare su temi che anche lei tratta spesso nella sua rubrica. Nel caso specifico sul matrimonio. Eravamo entrambi intrappolati in un treno fermo per un’avaria, io e questo signore originario della provincia indiana del Kerala, al sud del paese, per cui ci siamo intrattenuti in chiacchiere. Fino a che non mi ha telefonato mio figlio con cui ho avuto una conversazione accesa sul fatto che ha deciso di sposarsi all’improvviso, innamorato pazzo di una donna più grande di lui di 8 anni. Lui ne ha 29, lavora è autonomo e non è certo l’anagrafe a definire la possibilità di successo della sua decisione, ma certamente lo è la fretta con cui si sta impegnando a dire “per sempre si” sull’onda dell’entusiasmo e delle farfalle nello stomaco. Quando ho finito la telefonata concitata mi sono scusato con il mio vicino, e mi sono lasciato scappare un accenno di confidenza: «i figli non ascoltano i genitori e anzi se gli dai un consiglio fanno esattamente l’opposto». Lui mi ha ascoltato, ha abbassato la testa in segno di condivisione e poi ha parlato: «questa cosa che lei dice capita qui da voi, in Italia, in occidente, in India i consigli dei genitori sono sacri, soprattutto quando si tratta di scegliere una moglie o un marito». Aveva ascoltato la mia conversazione ovviamente. Io sono rimasto da prima un po’ stupito di tanta “sfacciataggine”, di questa intromissione nel mio personale, ma poi la mia ansia di padre e la noia dell’attesa mi hanno convinto a chiedergli come facevano “loro” a indirizzare i figli soprattutto su vicende sentimentali. «Da noi è normale scegliere la sposa o lo sposo dei nostri ragazzi, o comunque consigliarli con fermezza su quale sia la scelta migliore per loro». Insomma, matrimoni combinati. «Quando non si è coinvolti si sceglie meglio la persona con cui stare tutta la vita», ha continuato ineffabile il signore che avevo l’impressione mi guardasse con un po’ di pena. Ma l’amore? Ho chiesto io cercando di smuovere tanta razionalità. «Quello arriverà grazie alla pazienza, alla conoscenza, alla costanza». Impossibile toglierli quella certezza per me così antica e retrograda. Eppure era una persona colta, laureata, con un’agenzia di viaggi molto avviata in India. Mi ha voluto rassicurare sul fatto che quello che mi stava dicendo non riguardava ovviamente le spose bambine, un fenomeno criminale che non può essere in alcun modo tollerato. Insistendo sul fatto che i giovani indiani sono per lo più d’accordo a farsi scegliere il partner dai genitori, e che in questo modo gli insuccessi delle relazioni coniugali sono molto inferiori a quando in gioco c’è solo la passione e non la ragione. Anche se la mia cultura e la mia formazione non possono farmi essere d’accordo con la teoria dell’amico indiano, devo ammettere che l’idea mi ha affascinato soprattutto in un momento in cui sono convinto che mio figlio stia per compiere una grande sciocchezza. Posso sapere lei cosa ne pensa? Stiamo sopravvalutando l’amore, almeno nel contratto matrimoniale?Bernardo Risposta Caro Bernardo,la sua non è la prima lettera che mi arriva di genitori preoccupati che il figlio sia fidanzato con una ragazza più grande. Ne bastano un paio, di anni, di differenza per gettare madri e padri nel panico. Le regole sociali che vogliono fanciulle al fianco di uomini sono dure a morire. Non crede che l’importante sia la qualità della relazione e non la differenza anagrafica? Nel suo caso il delta è di 8 anni, non è poi una distanza siderale, soprattutto per questa generazione. In ogni caso non credo che sia affar suo, caro Bernardo, come non lo sarebbe scegliere una compagna per suo figlio. In India, ha ragione, la pratica delle nozze decise dalle famiglie sono ancora una realtà molto presente, soprattutto nelle classi meno agiate culturalmente, ma da noi, in Italia, in Occidente, non si può immaginare una cosa del genere, perché ognuno deve sbagliare in proprio, anche in amore e perché la libertà è un concetto troppo radicato e importante. Tutte le lettere e le risposte di Maria Corbi Se è vero che un matrimonio di convenienza può trasformarsi in amore è anche vero il contrario, ossia che dalla passione si passi alla condivisione di una vita fatta di obiettivi comuni, figli, condivisione di responsabilità. Tra le due possibilità scelgo comunque la seconda, una libera scelta. Mi viene in mente un episodio di qualche anno fa quando a una riunione scolastica mi misi a conversare con una signora indiana che aveva la figlia in classe di mio figlio. Le chiesi cosa avrebbe fatto all’Università la sua ragazza. E lei mi rispose senza esitare: medicina. «È una sua passione da sempre?», le chiesi per sostenere quel dialogo. E lei mi squadrò dall’alto in basso liquidando il discorso con poche e chiare parole: «Da noi sono i genitori a scegliere cosa faranno i figli, abbiamo fatto tanti sacrifici e adesso lei deve portare a noi l’uovo d’oro». Insomma la ragazzina era stata indirizzata a una professione che avrebbe assicurato alla famiglia una certezza di rango ed economica. E anche se non lo chiesi immagino che anche per l’amore la scelta non sarà stata libera. Un pensiero triste che ogni tanto mi accompagna pensando a quella talentuosa ragazza dal sorriso triste.







