Oltre il 50% degli under 35 considera poco importante convivere, sposarsi, fare figli. Ecco perché sempre più ragazze non credono che la felicità si raggiunga in coppia

di Carolina Bandinelli

Dell’amore sono innamorata da sempre. Mi ha sempre appassionato la storia di lui e di lei che si incontrano in un destino inconoscibile e senza neanche capire come si baciano, contro le porte e contro il mondo, perché riconoscono nella loro intesa i segnali di un universo che sì, li vuole proprio insieme. Una storia che avevo letto nei libri e visto nei film, sin da piccola, e della quale volevo a tutti i costi essere anch’io protagonista. Forse per questo da ragazza cercavo il “vero amore” ovunque. Nei primi anni Zero, tra le luci stroboscopiche delle discoteche di provincia, approcciavo le nottate come audizioni per giovani Werther, cercando i segni di un sentimento da romanzo tra i riverberi della cassa dritta. Il giorno dopo, in attesa di una telefonata che non aveva nessun motivo di arrivare, leggevo i Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes, e così, esausta e sdilinquita, mi dolevo e mi beavo del mio essere fatalmente innamorata. Per me come per molte donne della mia generazione e delle generazioni precedenti, l’amore era il centro di una vita buona: non essere scelte da un uomo, significava essere “scarto”, finire come quella “zia zitella” che c’è in tutte le famiglie, e sulla cui vita intima si stendono silenzi e scrollate di spalle. E allora sin da giovanissime ci siamo messe a cercare chi ci avrebbe salvate dalla solitudine, prendendo cantonate ridicole, soffrendo sciocchine e perdute. Nella mia vita adulta, mi sono ritrovata spesso a pensare che aver ricamato la trama amorosa su incontri banali – scambiando non di rado indifferenza per carisma, pressappochismo per mistero, narcisismo per talento – mi ha distratta ben più del necessario negli anni della mia formazione.