Tra costi della vita impossibili, identità fluide e relazioni consapevoli, torna di moda il matrimonio di convenienza. Ma ora è un’alleanza

di Giulia Mattioli

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Nel multiforme universo delle relazioni contemporanee, i cui confini vengono costantemente ridefiniti da una generazione che ha il merito di aver acceso i riflettori sulla complessità dei rapporti umani e delle identità individuali (ovviamente parliamo della Gen Z), sta tornando in auge un concetto che anni di battaglie per i diritti civili sembravano aver riposto nel cassetto: quello di lavender marriage. Il matrimonio ‘lavanda’, ovvero l’unione di facciata che permetteva alle persone omossessuali di nascondere il proprio orientamento sotto l’abito rassicurante delle nozze etero, è tornato protagonista del lessico relazionale contemporaneo, ma con un significato diverso. Più che di una copertura si tratta oggi di un’alleanza, ma anche di un nuovo modo di concepire la famiglia basandosi sul mutuo sostegno e sull’autenticità.

Il termine lavender marriage si riferisce generalmente a un matrimonio tra un uomo e una donna, un’unione (apparentemente) eterosessuale che nasce in realtà per nascondere l’orientamento gay dei partner, o di uno dei due: il nome richiama il colore associato storicamente alla comunità omossessuale in epoca vittoriana, il lavanda. Era un modo per le persone LGBTQ+ di ‘nascondersi in bella vista’ e tutelarsi, sedando i pettegolezzi riguardo al loro orientamento che potevano mettere a repentaglio la loro incolumità, la loro sicurezza o la loro reputazione. Era uno stratagemma ampiamente utilizzato nella Vecchia Hollywood, dove essere gay o lesbica poteva significare la fine della carriera per un attore o attrice. Un caso emblematico fu quello di Rock Hudson, che a metà degli anni Cinquanta sposò la segretaria del suo agente, Phyllis Gates, per mettere a tacere i continui rumors sul suo orientamento sessuale. Sarebbe stato un matrimonio di facciata (e durato solo un mese, nel 1919) anche quello tra Rudolph Valentino, il sex symbol del cinema muto, e l’attrice Jean Acker. Così come quello tra Janet Gaynor, prima vincitrice del Premio Oscar nel 1929, e il suo costumista Adrian. In verità, non è facile fare esempi di lavander marriages celebri, perché per loro stessa natura furono sempre mantenuti segreti - anche se, all’interno dell’industria, erano considerati segreti di Pulcinella.