Sempre più persone scelgono di avere figli insieme senza una relazione romantica. È la co-genitorialità platonica, un fenomeno in crescita anche grazie a piattaforme digitali dedicate
di Giulia Mattioli
Tra modelli messi in discussione e certezze che non sembrano più granitiche, diversi dogmi un tempo ritenuti intoccabili stanno lentamente vacillando, se non sono già caduti. Mai come oggi l’idea che la ‘famiglia tradizionale’ sia l’unica possibile traballa, e, più in generale, è l’intero concetto di maternità e paternità a essere oggetto di una revisione. Da qualche tempo si profila all’orizzonte un’alternativa alla genitorialità intesa come progetto di coppia (una coppia stabile, legittima, riconosciuta) o come ‘frutto dell’amore’, immagine spesso evocata come arma retorica ma non sempre aderente alla complessità delle vite reali. In questo contesto prende forma il co-parenting intenzionale, una pratica sempre più diffusa di genitorialità condovisa anche in assenza di un legame romantico.
Conosciuto anche come platonic co-parenting, questo modello nasce da un accordo chiaro tra persone che decidono di diventare genitori pur non avendo una relazione sentimentale, e senza aspettarsi che possa nascere in futuro. I co-genitori possono essere amici, conoscenti o perfetti estranei che si incontrano attraverso piattaforme dedicate, uniti dal desiderio di condividere la responsabilità di crescere un figlio senza costruire una vita di coppia. A differenza dei genitori separati, il cui co-parenting è la continuazione di una relazione finita, qui l’accordo nasce deliberatamente come progetto condiviso, discusso e definito fin dall’inizio. E a differenza della mono-genitorialità (che comunque i dati mostrano in forte aumento, soprattutto tra le donne single over 40) in questo caso è prevista la collaborazione di un’altra persona: non un partner nella vita, ma un alleato.






