“Buongiorno”, dice Eric Mazur in italiano, mentre prendiamo posto presso lo storico Caffè Pedrocchi, da quasi due secoli punto di riferimento della vita intellettuale cittadina. Ordiniamo una tazza del tradizionale caffè con menta e cacao; tutto a Padova sembra portare il peso della storia, ma Mazur – che parla italiano e ricorda ancora l'anno trascorso all'Università di Genova – appare perfettamente a suo agio.
C'è una certa ironia nella sua visita; fra poche ore parlerà nell'Aula Magna dell'ateneo fondato nel 1222, poco distante dalla celebre cattedra dalla quale insegnava Galileo, costruita secondo la tradizione dagli studenti perché tutti potessero vedere e ascoltare il maestro. Un’immagine che per secoli ha incarnato una certa idea dell’insegnamento: il sapere che fluisce dal professore al pubblico.
Mazur ha passato gran parte della sua carriera a sostenere che quell'immagine, per quanto potente, è fondamentalmente superata. La sua conferenza, organizzata nell’ambito delle attività dell’Advances Learning Multimedia Alliance for inclusive academic innovation – ALMA, si intitola Confessioni di un docente convertito. Un linguaggio quasi religioso, e forse non è un caso.
Mazur spiega che da bambino si era innamorato di stelle e galassie dopo aver ricevuto un libro dal nonno; quando però anni dopo entrò all'Università di Leida – uno dei centri europei più importanti nello studio dell’astronomia – quella passione si spense rapidamente: “All'improvviso la bellezza scomparve; era tutto formalismo ed equazioni, formule alla lavagna, memorizzazione e calcoli”. Nel giro di poche settimane passò al corso di fisica.








