«Una spiegazione generale del mondo e della storia» – scrive Italo Calvino nella Strada di San Giovanni – «deve innanzi tutto tener conto di com’era situata casa nostra». È la casa dell’infanzia, dunque, a determinare la prospettiva entro cui per ogni individuo prendono forma lo spazio e il tempo del resto del mondo: a maggior ragione per chi scrive, tanto più se quel luogo viene sottratto con la violenza, com’è avvenuto a Ingeborg Bachmann, che aveva dodici anni quando le truppe di Hitler entrarono nella sua città: «Fu qualcosa di così orribile che i miei ricordi iniziano con questo giorno», una lacerazione che strutturererà la memoria e l’esperienza di una delle scrittrici più grandi del Novecento. L’invasione nazista dell’Austria è per la ragazzina che tutti chiamavano Inge un’«immane brutalità», dalla quale le deriva una frattura angosciosa e irreparabile tra la propria soggettività e il mondo della vita.

Come molti altri scrittori alla ricerca di una dimora che possa placare il loro senso di sradicamento, anche Bachmann l’ha cercata e trovata a Roma, dove visse per molti anni e dove è morta il 17 ottobre 1973; ma è a Klagenfurt che venne sepolta, la città da cui era fuggita e in cui riusciva a tornare solo per visite brevi e con molta difficoltà: «non sarebbe lecito essere cresciuti qui ed essere io, e ritornarci ancora», scriverà.