Cina e Stati Uniti stanno usando la guerra in Ucraina per prepararsi ai conflitti futuri. Grazie all’intelligenza artificiale si possono infatti “addestrare” i software al combattimento, migliorare la loro capacità di risoluzione dei problemi e renderli macchine letali (quasi) infallibili. I reparti di Kiev e Mosca lo fanno da anni, da quando i droni sono diventati i protagonisti delle battaglie al fronte. Intere squadre di sviluppatori sono impegnate a correggere gli algoritmi, ad aggiungere informazioni o elaborare quelle già raccolte con il solo scopo di abbassare costantemente la percentuale d’errore. Queste competenze sono dati che si possono trasmettere e non necessitano, come gli eserciti, di anni di addestramento e pratica diretta con conseguenti costi altissimi in termini economici e di vite umane.Pechino è stata la prima a intuire i vantaggi di stringere un’alleanza di questo tipo con la Russia. Dalla sua c’era l’«intesa senza limiti» siglata da Vladimir Putin e Xi Jinping poco prima dell’invasione dell’Ucraina. La Cina non aveva bisogno di accreditarsi come alleato credibile per il Cremlino, ma poi le sanzioni occidentali e la difficoltà di Mosca di reperire hardware e vari tipi di beni tecnologici hanno avvicinato ancora di più i due giganti. Quindi lo scambio è stato quasi scontato: le aziende cinesi hanno iniziato a rifornire i russi di dispositivi e in cambio i russi hanno iniziato a condividere i dati dei software. Provare che Pechino sia la fornitrice sottobanco dei componenti impiegati nei droni che vengono utilizzati dai russi al fronte non è immediato. Le triangolazioni attraverso Paesi terzi, le vendite fittizie ad aziende create ad hoc oppure il semplice contrabbando sono una prima strada. Ma se si vogliono reputare di parte i vari rapporti dei servizi segreti occidentali e le prove fotografiche presentate dagli ucraini dopo alcuni raid russi, sarà molto difficile spiegare altrimenti la provenienza di questi dispositivi cinesi di cui i russi dispongono in quantità enormi. Kiev sostiene che la Cina fornisce l’80% dei componenti elettronici fondamentali utilizzati nei droni russi, oltre a spedire macchinari, polvere da sparo e altri materiali ad almeno 20 grandi fabbriche militari della Federazione. Di sicuro l’introduzione dei droni a fibra ottica (quelli pilotati non più attraverso radiofrequenze ma grazie a rocchetti di cavo collegati al comando) provenienti dalla Cina è un ulteriore segnale di questa collaborazione non-stop con Mosca. Ma cosa ci guadagna l’esercito cinese? Qualcosa che altrimenti non potrebbe mai acquisire: oltre 4 anni di archivio telematico da poter far «apprendere» ai propri software militari in modo da renderli già esperti non appena usciti dalla fabbrica.Non si immagini soltanto un “addestramento” standard, ovvero non schiantarsi sui palazzi o non confondere i bersagli, ma anche programmi di elaborazione delle immagini raccolte dalle telecamere durante i voli, mappature dei territori, i sistemi di geolocalizzazione o gli algoritmi capaci di convertire in brevissimo tempo le informazioni video in coordinate per l’artiglieria. È impressionante quanto questi software in appena tre anni siano riusciti a progredire e in questo campo i russi non hanno nulla da invidiare agli ucraini. Inoltre, le innovazioni non sono solo tecnologiche, trattandosi di dispositivi relativamente nuovi, anche le piccole innovazioni tecniche diventano fondamentali. Denys Shtilierman, il co-fondatore del colosso dei droni ucraini Fire Point, ad esempio, poche settimane fa ha annunciato che spostando il serbatoio del carburante dalla fusoliera alle ali dei droni Fpv (First person view, velivoli che si pilotano con un visore immersivo, ndr) si guadagna una capacità di trasporto di tritolo pari a 105 kg per gli Fp1 e 158 per gli Fp2, entrambe calcolate su obiettivi a 1.000 km di distanza.Dall’inizio del 2026 ben 15 raffinerie russe sono state colpite dai droni ucraini, secondo diverse stime più del 30% della capacità russa di raffinazione primaria del petrolio è stata compromessa; un danno incalcolabile ottenuto con dispositivi da qualche migliaio di dollari. Senza contare le capacità dei droni aerei di rifornire i reparti in prima linea, di quelli terrestri di effettuare evacuazioni o imboscate, di quelli marini di colpire corazzate militari due o trecento volte più grandi di loro. Secondo le dichiarazioni di Zelensky lo scorso aprile si è verificata la «prima conquista di una posizione russa esclusivamente con robot e droni». Il presidente ucraino ha aggiunto che da gennaio i mezzi senza pilota hanno condotto circa 22.000 missioni. L’unità NC13 della Terza brigata d’assalto ucraina ha calcolato che per gli ultimi 164 assalti effettuati avrebbe avuto bisogno di 2.300 uomini per ottenere lo stesso effetto dei loro robot e avrebbe previsto di perdere metà dei soldati – tra morti e feriti – negli attacchi.Questi esempi spiegano perché, anche se tardivamente, gli occidentali hanno iniziato a rivolgersi all’Ucraina così come i cinesi hanno fatto con la Russia. Drone deal, accordi basati sui droni, li chiamano i funzionari ucraini, o addirittura «diplomazia dei droni». Perché ora tutte le potenze europee tranne l’Italia (che per ora ha solo annunciato l’avvio di un percorso) hanno già siglato accordi con Kiev per la produzione e lo sviluppo di droni. La Francia l’ha fatto in grande stile, dalla base di Mont-Valérien, con tanto di caccia Rafale sullo sfondo. Poi è stata la volta della Gran Bretagna e infine della Germania, che ha investito miliardi di euro nel programma.Gli Stati Uniti non sono arrivati subito, è stato necessario l’interessamento delle grandi aziende tech della Silicon Valley e in particolare del guru della tecnologia armata Peter Thiel, il conservatore fondatore di Palantir. Lo scorso 12 maggio si è recato a Kiev Alex Karp, l’ad di Palantir, per discutere di una collaborazione (probabilmente) sul modello di quella cinese. E infatti poco dopo è trapelato che un software di Palantir chiamato Prisma è usato dagli ucraini per condurre attacchi di massa in profondità nel territorio russo. Quasi in contemporanea siamo venuti a sapere di un accordo imminente tra Washington e Kiev per «l'esportazione temporanea di sistemi senza pilota ucraini per operazioni terrestri, navali e aeree, destinati ad attività statunitensi di test e valutazione e alla definizione di futuri requisiti militari statunitensi». In gergo militare si chiama “standard” la prassi o l’armamento che fa da modello nel suo campo e ciò che al Pentagono vogliono fare è proprio creare un nuovo standard. Secondo il Financial Times, quest’accordo rappresenterebbe un primo passo verso una «cooperazione più ampia nel settore dei droni», ma non ancora vicina al patto da 50 miliardi di dollari promosso da Zelensky per la produzione congiunta di tecnologie ucraine negli Stati Uniti.In modo speculare diventa fondamentale saper abbattere i droni. Gli incidenti recenti in Romania, nei Baltici o in Polonia ci hanno fatto capire chiaramente quanto sia difficile, costoso e a volte apertamente inefficace tentare di fermare i droni con i vecchi dispositivi. Russi e ucraini stanno approntando continuamente modifiche ai sistemi di difesa e la percentuale di droni abbattuti (soprattutto di quelli di vecchia generazione) cresce in modo incoraggiante. La guerra in Iran ha dimostrato che senza questo tipo di competenze neanche il dispiegamento di potenza militare più imponente è sufficiente a vincere e Cina e Stati Uniti non vogliono farsi trovare impreparate.
“Drone deal” L’economia della guerra
Hardware cinese per Mosca in cambio di dati. Tecnologia di Kiev per gli Usa e accordi commerciali con Palantir. Così il conflitto russo-ucraino ha fatto compier











