Il Piano casa del governo Meloni, cavallo di battaglia di Matteo Salvini lungamente atteso e approvato in consiglio dei ministri un mese e mezzo fa, si arena davanti all‘opposizione delle Regioni. Che hanno ottenuto il rinvio del parere previsto in Conferenza Unificata per proseguire il confronto con Palazzo Chigi e i ministeri competenti. A pesare le risorse giudicate insufficienti, il mancato rifinanziamento del contributo affitti e del fondo per la morosità incolpevole e i poteri attribuiti al commissario straordinario, considerati eccessivamente invasivi rispetto alle competenze di Regioni e Comuni.

Il segnale politico è significativo perché, come ha sottolineato l’assessore umbro Fabio Barcaioli, nessuna Regione si è espressa a favore del provvedimento. Nel voto della Commissione Infrastrutture della Conferenza si sono registrate l’astensione di Lombardia e Abruzzo – a guida centrodestra – e la contrarietà di Emilia-Romagna, Toscana, Campania, Sardegna e Provincia autonoma di Bolzano. Il presidente, il leghista Massimiliano Fedriga, ha chiesto di conseguenza di rinviare l’esame del testo per tentare un’intesa con il governo sulle modifiche proposte.

Le contestazioni riguardano innanzitutto le risorse. Secondo le Regioni gli stanziamenti previsti non sono sufficienti a fronteggiare una crisi abitativa che negli ultimi anni si è aggravata in molte aree del Paese, soprattutto nelle grandi città e nei territori caratterizzati da forte pressione turistica. Tra le principali criticità anche l’assenza di rifinanziamenti per gli strumenti considerati essenziali per sostenere le famiglie in difficoltà. Un secondo nodo riguarda la governance del piano. Le Regioni contestano i poteri attribuiti al commissario straordinario incaricato di accelerare gli interventi. Secondo gli enti territoriali il rischio è che il nuovo assetto riduca il loro ruolo e quello dei Comuni, concentrando nelle mani della struttura commissariale funzioni che tradizionalmente appartengono alle amministrazioni locali.