13 Giugno 2026 – Lettura: 3 minuti

Sfogarsi con un chatbot ci fa cadere in un trappola. La macchina è fatta per compiacerci, riducendo il conflitto necessario alla comprensione. E poi la relazione è tutto fuorché un problema da risolvere.

Tutto ciò che cerchiamo in una relazione è, in fondo, un porto sicuro, uno spazio in cui avere la libertà di sentirci vulnerabili. Eppure accade che proprio questo diventi, paradossalmente, la tomba dell’amore, soprattutto quando la relazione dura da molti anni. Così, magari complice la crisi di mezza età, può emergere il desiderio di cercare altrove quell’adrenalina che fa sentire di nuovo desiderati, visti, ancora vivi.

L’IA e il meccanismo della sycophancy

Davanti a questi dubbi esistenziali, si cerca un confronto. Amici, psicoterapeuti, familiari. Ed è qui che entra in gioco lei: l‘IA. Consulente d’amore alla bisogna, è rapida, sempre disponibile. Così cominciano le domande, una dopo l’altra, senza fine. Ma soprattutto si avvia un processo più sottile in cui la risposta non è mai neutra. L’IA tende infatti a comportarsi come lo specchio emotivo dell’utente restituendo una versione coerente e rassicurante del suo vissuto. Si tratta di un meccanismo noto come sycophancy, una specie di compiacenza che produce sollievo immediato ma riduce la frizione cognitiva necessaria alla comprensione. D’altronde capiamo e impariamo solo se quella frizione esiste, dobbiamo sbatterci la testa. E invece quelle domande diventano in breve tempo messaggi, interpretazioni, strategie, un flusso che rischia di rendere l’atmosfera ancora più tesa invece di scioglierla. In altri termini, ammesso che si voglia salvaguardare quel porto sicuro, la presenza di un terzo algoritmico può complicare le cose, e non poco, per diverse ragioni.