di
Alessandro Fulloni
La donna aveva negato di essere a conoscenza dei dissidi dentro la famiglia: ma la polizia ha ricostruito che sapeva tutto
Uno sfogo con un’amica a cui sapeva di poter rivelare il proprio stato d’animo. In diversi messaggi WhatsApp, Antonella Di Vita — che con la figlia Sara, 16 anni, è morta a fine dicembre per un avvelenamento dovuto alla ricina — le confida tutto delle proprie ansie e dei problemi con il marito. Addirittura le chiede di aiutarla a trovare un avvocato divorzista. La donna è stata ascoltata in Questura a Campobasso una prima volta subito dopo i due decessi. Poi una seconda volta — e ancora come persona informata sui fatti, dunque con l’obbligo di dire la verità — qualche settimana più tardi. Davanti agli investigatori della Squadra Mobile diretta da Marco Graziano aveva negato di essere a conoscenza di quei dissidi. Parole ripetute anche di recente, in questi giorni, durante la terz’ultima audizione. Che però a un certo punto è divenuta un interrogatorio al termine del quale la donna si è ritrovata con una denuncia di polizia giudiziaria per favoreggiamento. Una svolta non da poco in quest’inchiesta per duplice omicidio volontario sinora senza indagati.











