Era il 10 luglio del 1976. Marzio Marzorati aveva 17 anni, Gianpiero Bocca era ancora un bambino, mentre Paolo Mocarelli era solo un giovane primario in forza al nuovo ospedale di Desio. Lunedì sera saranno assieme a noi de “Il Giorno“ a ricordare una tragedia che ha reso il nome di Seveso famoso nel mondo. Lo faremo per ricordare il doppio evento dei 50 anni di Seveso e dei 70 anni del nostro quotidiano con una mostra ospitata dal 15 giugno al 15 luglio alla Galleria delle Arti liberali di Palazzo Arese Borromeo, col patrocinio del Comune di Cesano Maderno.

Attraverso le immagini del nostro archivio e documenti in parte inediti, ripercorreremo le diverse fasi del disastro della diossina. Dalle prime reazioni incredule, registrate dal nostro corrispondente Mario Galimberti e successivamente da altre firme importanti del nostro quotidiano, ai giorni successivi.

La consapevolezza dei veleni, gli abitanti sfollati, i volti dei bambini, gli animali che morivano e le foglie ingiallite in piena estate. E poi la cloracne che sfigurava i volti e l’apprensione per un veleno sconosciuto. Tanti scatti, che giorno dopo giorno hanno documentato uno dei più grandi disastri industriali.

"L’incidente all’Icmesa è del 10 luglio, io fui chiamato domenica 25. Ero a casa con amici in Brianza. Mi chiesero se ero disponibile a fare gli esami a 230 persone che dovevano essere sfollate". Inizia così l’avventura del professor Mocarelli, fresco di studi negli Stati Uniti, trovatosi da un giorno all’altro a occuparsi di una sostanza sconosciuta. "Nessun laboratorio al mondo era in grado di misurare la diossina da un campione di sangue. È successo solo dopo 11 anni", racconta. La sua intuizione vincente: congelare migliaia di campioni perché prima o poi quel giorno sarebbe arrivato. E nel frattempo valutare i possibili effetti, a partire da quelli sul fegato, chiamando la popolazione a collaborare.