I numeri ufficiali del debutto non lasciano spazio a interpretazioni: SpaceX si presenta sul Nasdaq con una valutazione di 1.770 miliardi di dollari e un prezzo fisso di centotrentacinque dollari per azione. A fronte di settantacinque miliardi di dollari di azioni offerte, il mercato ha risposto con una domanda record di duecentocinquanta miliardi, blindata da un singolo ordine istituzionale di cinque miliardi calato da BlackRock. Più che un’Ipo, un plebiscito finanziario, in attesa dei dati del primo scambio che saranno da valutare nei giorni successivi. Una valutazione da capogiro, che potrebbe essere l’ennesimo capitolo dell’esuberanza irrazionale dei mercati, o la strutturazione di un monopolio tecnologico difficile da scalfire.
SpaceX sdogana la Space Economy non perché rende lo spazio pop, ma perché l’ingresso del grande capitale istituzionale lo trasforma, a tutti gli effetti, in un asset industriale maturo. Chi ha comprato oggi queste azioni non sta scommettendo solo su Marte; sta comprando le autostrade invisibili del ventunesimo secolo.
L’approdo sul mercato di SpaceX apre a dubbi che verranno sciolti solo dal tempo. Il rischio della bolla speculativa è alto, e attestato proprio nel venerdì mattina del lancio dagli analisti di Morningstar, che hanno pubblicato un report tanto lucido quanto spietato: secondo i fondamentali attuali, il valore reale delle azioni SpaceX si attesterebbe intorno ai sessantatré dollari. Non un centesimo di più.













