PADOVA - «A Sant’Antonio parlo, con lui ho un rapporto famigliare». Sono parole di fede e devozione, pronunciate dalla voce che ha accompagnato l’infanzia di chi è cresciuto tra gli anni 80 e 90, e non solo. Cristina D’Avena, dallo Zecchino D’Oro fino a “Mila e Shiro” e “Occhi di Gatto” (solo due delle sue oltre 300 sigle di successo) è da sempre devota al patrono di Padova e non è raro trovarla in Basilica a pregare.
Come nasce questa sua devozione al Santo? «Antonio mi accompagna da tutta la vita: mio padre è sempre stato devoto, ma non mi ha mai forzata. Poi il destino ha voluto che entrassi nel Piccolo Coro Antoniano di Bologna. Lì ho iniziato a frequentare la chiesa, i frati francescani e a sentire sempre più forte l’amore per il Santo, e di essere ricambiata. Ho cominciato a pregarlo con molta naturalezza perché non mi ha mai abbandonata. Sento che è mi è vicino, come se fosse mio fidanzato: con lui ho un rapporto personale, di grande confidenza». Ha un rapporto stretto anche con la città del Santo? «Vengo spessissimo a Padova: appena ho uno spettacolo in zona non perdo occasione per andare in Basilica e se non riesco mi prendo un sabato o una domenica». Oggi i suoi fan verranno a cercarla tra i banchi della Basilica… «Purtroppo quest’anno non posso essere a Padova, ma ci sarà qualcuno che verrà per me ad accendere una candela e mi porterà il giglio, il santino e il pane benedetto. Guai a mancare…». Ha parlato di una grande vicinanza, è stata miracolata? «Svariate volte. Ho molti segreti personali che non mi sento ancora di rivelare. Prima o poi ci scriverò un libro. Di sicuro l’occasione più importante è stata quando il Santo mi salvò la vita in un grave incidente: eravamo in auto in Salento, un mio vecchio amico guidava in direzione Otranto e in macchina c’erano anche mia sorella Clarissa e un’altra amica. A un certo punto il mio amico ha perso il controllo della vettura e siamo finiti dentro un burrone. Nessuno ha riportato ferite gravi, ma ciò che è stato sorprendente è che la parte di auto dove sedevo io era intatta. E io illesa totalmente. Quando sono arrivati i soccorsi nessuno credeva che fossimo tutti vivi. I Carabinieri ci dissero che eravamo passati in una strettoia tra una palma e un palo della luce, dove in 9 casi su dieci l’incedente è mortale». Da allora è diventata devota? «No la prima volta è una scena più da “matta”. Avevo diciotto anni, era il 1981 e da poco era uscita la canzone dei Puffi. Studiavo al primo anno di medicina a Bologna, studi che poi non portai a termine, e mi trovavo a dover sostenere il primo esame universitario. Disperazione totale, lavoravo già ma avevo il padre medico. Soluzione? Prendo il manuale di Ossa, Muscoli e Articolazioni e mi presento in Basilica a Padova. Lì racconto al Santo gli unici tre argomenti su cui ero preparata e gli chiedo una grazia. Quando mi sono presentata all’esame due argomenti su tre erano quelli su cui ero preparata e che avevo raccontato al Santo. Da lì sono tornata spesso a mettere cerini per gli esami universitari, ne ho messi almeno 850». Prega Sant’Antonio prima di salire sul palco? «No, non sono una bigotta. Certo molti credono sia matta quando racconto che lo sento naturalmente vicino. Mi sono trovata a prendere delle decisioni importanti e Antonio era lì con me a darmi dei segnali su cosa fare». Veniamo ai cartoni animati. In trent’anni li trova cambiati? «È cambiata la società, sono cambiate le persone e i cartoni pure. Ci siamo adeguati a un mondo frenetico e anche i cartoni raccontano storie in modo più “smart”. Oggi tutto deve essere veloce. Ma è cambiata la comunicazione, non il cartone animato». Infatti Cristina D’Avena ha tantissimi giovanissimi fan… «È strano perché pur essendo cambiata la comunicazione dei cartoni è come se tutto si fosse congelato. Mi spiego: ai miei concerti ci sono adulti che vogliono rivivere le emozioni legate alla loro infanzia, ma anche bambini che cantano la sigla di “Doraemon”. Ciò vuol dire che abbiamo superato la prova del tempo». C’è il rischio che le sigle perdano la loro magia? «Credo che dobbiamo essere noi a comunicare meglio e a trasmettere serenità ai bambini. Di recente abbiamo lavorato a “Capitan Tsubasa”, remake di “Olly e Benji”. È stato un successo, la sigla è piaciuta».








