È storia il tarantismo, da quando una pattuglia di antropologi, musicologi e altri specialisti hanno cominciato ad assommare testi, fotografie, video e registrazioni, è storia della popular music più stratificata – ma anche compromessa con le ipocrite ragioni di mercato – la supposta «riscoperta» della pizzica tarantata, è storia, ormai, anche la stessa storia degli studi sul tarantismo, mano a mano che si srotola la matassa dei decenni che ci separa dalla spedizione nel Salento di Ernesto De Martino, scorcio degli anni Cinquanta del secolo corso.

Nuovi apporti ci permettono di capire sempre meglio un universo di suoni, credenze, pratiche sociali di controllo e canalizzazione del disagio che in buona parte del Mediterraneo, non solo in quel lembo estremo della nostra Penisola, hanno attraversato le faglie critiche dove le società hanno bisogno di ricompattarsi esorcizzando le crisi, specialmente quelle di chi è soggetta al patriarcato, con le pratiche di drammatizzazione del «rito del ragno». Per Squilibri è uscito Sulle tracce del tarantismo, un prezioso volume curato da Alberto Baldi, ordinario di antropologia culturale e antropologia visuale all’Università di Napoli Federico II, già autore di altri brillanti testi per l’editrice.