In che modo le immagini aiutano a guardare il mondo? Si può forse sintetizzare in questa domanda il lungo percorso artistico di David Hockney, morto giovedì nella sua casa di Londra alla vigilia dell’89esimo compleanno. Per rispondere a quella domanda come artista è stato aperto a tutte le possibilità. Ha usato la macchina fotografica, forzandola a volte in direzione cubista, ha cavalcato l’ipad facendone strumento per sorprendenti cartoline virtuali, ha giocato con le videocamere per cercare punti di vista avvolgenti.

SPINTO DA UNA CURIOSITÀ vorace non s’è fatto problema di approdare ad esiti che a volte sfioravano il kitsch. Ogni volta però Hockney è arrivato alla conclusione che la pittura fosse il linguaggio che meglio aiutava a guardare il mondo. La pittura, o forse per maggior precisione, il disegno. «Quando si disegna, si è sempre avanti di un segno o due», dice nel libro dialogo con Martin Gayford A Bigger Message, un libro che è come la bibbia snella e avvincente dell’Hockney-pensiero. «Si continua a pensare: “Dopo quel che faccio qui, andrò là e poi là”». Sul disegno i suoi fari erano Picasso, Van Gogh e Rembrandt, perché guardando i loro lavori «incontriamo quello che vediamo nella vita reale se guardiamo davvero». Per questo si era battuto contro l’abbandono del disegno nelle scuole. E quando gli era stato chiesto come mai lasciasse il campo moderno della fotografia per tornare a quello antico del disegno aveva risposto secco: «Più che un ritorno sarebbe un passo avanti». “Eye-fuck” era un’altra formula su cui spesso tornava. Mangiare con gli occhi, penetrare visivamente la realtà: «Mi piace l’espressione “eye-fuck”: è un modo di dire che l’occhio prova un enorme piacere».