Molti anni fa, quando era ancora a capo di un piccolo partito, criticai sui social Giorgia Meloni definendola la «cheerleader di Salvini». Non volevo far riferimento al suo essere donna, ma alla sua abitudine di applaudire le sparate anti-migranti di quello che allora era l’uomo forte della destra. Lei mi mandò in risposta un messaggio offeso, in cui definiva misogina l’immagine retorica che avevo usato. Ci riflettei un po’, e conclusi che aveva ragione. Le porsi dunque le mie scuse.

L’episodio mi è tornato in mente ascoltando le giustificazioni che sono state addotte all’uso della metafora delle ginocchiere da parte del deputato pentastellato Silvestri. Era già successo quando Maurizio Landini diede a Giorgia Meloni della «cortigiana». In entrambi i casi si può ovviamente obiettare che il termine usato non era stato scelto per il suo significato sessista, ma solo per segnalare la subordinazione o l’asservimento della nostra premier nei confronti di un uomo, Trump o Netanyahu che sia. Insomma: la stessa giustificazione che mi ero data io per «cheerleader».

Dopodiché, il semplice fatto che queste metafore siano regolarmente applicate alle sole donne, declinate al femminile, dovrebbe toglierci ogni dubbio e sconsigliarci di usarle ancora in pieno Duemila. Tanto per dire: Silvestri direbbe mai di Tajani che si é messo le ginocchiere per contestare il suo europeismo? Oppure Landini darebbe mai del «cortigiano» a Salvini per la sua venerazione del tycoon americano? No, non lo farebbero; per la semplice ragione che non è il tipo di insulti che si applicano ai maschietti. Le giustificazioni lessicali con cui non si vuole ammetterne il significato spregiativo delle donne (e scusarsene), mi ricordano gli equilibrismi formali del generale Vannacci: anche la X, dice lui, può significare una croce sulla scheda e non solo la Decima Mas. Fatto sta che quando la usa lui tutti sappiamo a che cosa fa riferimento. Esattamente come le ginocchiere.