di

Monica Guerzoni

Le parole rubate a Meloni dopo la corrida di Montecitorio sono più efficaci di un videoracconto: «Questi lavorano sempre per me...»

La maggioranza compatta come una sola donna e le opposizioni plasticamente divise, dalle mozioni parlamentari e dalle scarse reciproche emozioni. Le grida di giubilo e le ovazioni a destra («Giorgia! Brava Giorgia!») e gli applausi mancati a sinistra. Parla Giuseppe Conte e il banco di Elly Schlein è dolorosamente vuoto, parla la segretaria del Pd e il leader del M5S se ne sta in piedi a braccia conserte e appena lei finisce il suo intervento, lui gira i tacchi e fila via per non battere le mani. Ci sono le immagini e ci sono le parole. Quelle rubate a Meloni dopo la corrida di Montecitorio sono più efficaci di un videoracconto: «Questi lavorano sempre per me...». Dove «quelli», manco a dirlo, sono gli avversari dell’edificando Campo largo.

Tra Montecitorio e Palazzo Madama si discetta di Ucraina, di Russia, di Libano, di green deal, di immigrazione, di fisco. Eppure, udite udite, la parola del giorno è assai meno strategica e anche, nell’accezione che rimbalzava ieri dalle antiche volte dei due palazzi alle prime pagine dei quotidiani online, parecchio volgare e sessista: «Ginocchiere». L’ha pronunciata il cinquestelle Francesco Silvestri, anzi l’ha scagliata contro Giorgia Meloni e lì per lì nessuno se n’è accorto, tanto le orecchie dei parlamentari nostrani sono ormai assuefatte ai bassifondi del linguaggio.