All’ingresso della sua mostra alla Royal Academy, nel gennaio del 2012, David Hockney fece scrivere una postilla: tutte le opere esposte erano state realizzate dall’artista in persona, di sua mano. Non c’era bisogno di fare nomi. Qualche mese dopo la Tate Modern avrebbe inaugurato, come evento di punta dell’anno olimpico, la grande retrospettiva di Damien Hirst, l’uomo che con i suoi squali in formaldeide aveva riacceso la fiamma dell’arte inglese, portando però la delega agli assistenti a un livello radicale, quasi industriale. Interrogato dal Radio Times, Hockney rincarò: far eseguire il proprio lavoro da altri «è un po’ un insulto verso gli artigiani».
E aggiunse: alle scuole d’arte si può insegnare il mestiere, non la poesia; il guaio è che oggi pretendono di insegnare la poesia e hanno smesso di insegnare il mestiere. La stampa britannica costruì volentieri il derby: il pittore contro l’aristocratico del concetto. Il vincitore morale fu il settantaquattrenne di Bradford: oltre seicentomila visitatori in coda a Piccadilly per le sue tele dello Yorkshire, tutte dipinte nei due anni precedenti, mentre la critica accoglieva Hirst con una freddezza che rasentava il congedo.
Hockney è morto giovedì nella sua casa di Londra, a 88 anni, un mese prima di compierne 89. Quell’episodio contiene quasi tutto quello che c’è da dire sul maggiore pittore inglese del suo tempo (anche se vissuto a lungo in California). Perché quella contro Hirst era solo l’ultimo capitolo di una battaglia più lunga, combattuta per settant’anni su un unico fronte: la ricerca di un’autenticità non fotografica dell’immagine. L’idea che il mondo, per essere visto davvero, vada guardato con l’occhio e restituito con la mano.










