C'è qualcosa che non funziona quando un malato oncologico riceve la visita delle forze dell'ordine per una terapia prescritta dal proprio medico. C'è qualcosa che non funziona quando una persona si sente dire «deve portare il suo gatto in caserma» per rendere conto dell’olio prescritto dal veterinario. E c'è qualcosa che non funziona quando medici e farmacisti iniziano a rinunciare a prescrivere e vendere medicinali a base di cannabis per paura.

Negli ultimi giorni ci siamo trovati a seguire una vicenda che rischia di produrre un effetto devastante sull'accesso alla cannabis terapeutica in Italia. Parliamo di pazienti e proprietari di animali domestici in cura con cannabis terapeutica (che in Italia è legale dal 2007), tutti regolarmente prescritti, convocati dalle forze dell'ordine o raggiunti nelle proprie abitazioni e perfino sui luoghi di lavoro per essere ascoltati come persone informate sui fatti. L'elemento che li accomuna è l'aver acquistato il farmaco dalla stessa farmacia dell'Emilia-Romagna, ricevendolo tramite spedizione a domicilio.

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L’IMPATTO SUL DIRITTO ALLA CURA

La questione delle spedizioni di cannabis terapeutica è controversa e la giurisprudenza prevalente tende a escluderle. Ma ciò che oggi preoccupa è altro. Dopo aver denunciato pubblicamente la vicenda insieme all'avvocata Cathy La Torre, abbiamo raccolto decine di testimonianze. Tra queste ci sono malati oncologici, persone affette da patologie gravi, pazienti impossibilitati a spostarsi autonomamente. Da quanto abbiamo ricostruito, l'inchiesta coinvolgerebbe circa 600 pazienti come persone informate sui fatti, quindi non indagate. Ma il timore è che l'attenzione non riguardi soltanto le spedizioni: dalle testimonianze emerge l'impressione che sotto osservazione siano finiti anche medici, veterinari e prescrizioni.