«Ho una malattia genetica rara che mi fa sentire, ogni giorno, un dolore viscerale. Con la terapia a base di cannabinoidi ho ritrovato almeno un pezzo di me stessa: surreale dover spiegare una cura prescritta legalmente, mentre sono costretta a rivolgermi alla sanità privata». Chiara (nome di fantasia, ndr) è appena uscita da una caserma nel Torinese, dove ha passato un pomeriggio di una domenica qualunque come «persona informata sui fatti», chiamata ieri dai carabinieri «per una questione medica». Soffre di una patologia molto rara che coinvolge diversi organi e che non risponde alle terapie tradizionali: «Oltre all’endometriosi e ad un cancro aggressivo, che mi lascia incerta sul futuro: avrei preferito passare questa giornata con mio figlio di 4 anni». Sono mesi che centinaia di pazienti che assumono cannabis terapeutica regolarmente iscritta dal medico vengono convocati per rispondere a domande sulla propria terapia. Malati oncologici, giovani affette da vulvodinia, persone molto anziane. Dopo domande su ricette mediche, email e whatsapp, documentazione firmata, a qualcuno è stato addirittura ritirato temporaneamente il medicinale per delle verifiche. In comune hanno tutti, esattamente come Chiara, il fatto di aver ricevuto la terapia attraverso la spedizione da una farmacia: “Mi hanno chiesto le modalità di consegna, se mi venisse richiesta la carta di identità al momento del ritiro, se la facessi prendere dal vicino”. Ma la maggioranza delle domande fatte, in questo caso, ha riguardato la dottoressa che le ha prescritto la terapia: “Se le visite fossero in presenza, se mi avesse fatto fare movimenti davanti alla telecamera, se mi avesse prescritto analisi o dato informazioni sugli effetti collaterali. Io ho ribadito che era molto scrupolosa, e tutt’altro che leggera”. La malattia di Chiara non è visibile ad occhio nudo, “a parte il deambulatore che devo usare da qualche tempo”. È fatta di esami strumentali, visite super specialistiche, di una diagnosi che le è arrivata solo due anni fa dopo una vita di errori medici: “Immaginate com’è soffrire tutto il giorno e non riuscire a dormire di notte, per poi sentirsi dire in continuazione di prendere un ansiolitico o un antidepressivo”. L’indagine, fatta in tutta Italia, riguarderebbe il divieto della consegna a domicilio di sostanze stupefacenti. Nonostante la cannabis terapeutica sia legale, anche dopo il più stringente decreto Sicurezza. E nonostante un paradosso che Chiara subisce come la più grande ingiustizia, più della sua malattia: “Quella è democratica, si sa, me ne sono fatta una ragione”. Ma non lo sono le cure: “All’inizio la mia Asl non ha voluto prescrivermi la terapia, dandomene un’altra controindicata. Poi me ne hanno data una a base solo di Thc, ma senza Cbd (i due principi attivi della pianta di cannabis, ndr), che non mi serviva a nulla». La spiegazione? «Non ci sono motivi clinici, è l’unica che abbiamo in ospedale, mi disse il medico». Nel mezzo, anche un preparato che l’ha portata a una severa reazione allergica o l’invito a usare gli oppioidi. «Lo Stato dovrebbe occuparsi di questo: che i medici siano competenti e che le farmacie ospedaliere abbiano i preparati di cui i malati hanno bisogno, tra l’altro previsti per legge». E invece Chiara deve spendere 300 euro al mese di medicinale, oltre che le visite private: «La mia dottoressa si rivolge a una farmacia dell’Emilia-Romagna perché anche trovarne che facciano le formulazioni da lei richieste è quasi impossibile». L’impegnativa viene mandata con raccomandata alla farmacia, che a sua volta manda a Chiara il preventivo: «Quando pago, parte la preparazione. Ma a volte devo stare senza terapia per problemi logistici, dalle vacanze di Natale alle ferie del laboratorio».La terapia a base di cannabis «non funziona come un anti-dolorifico, che lo prendi e ti senti meglio. Ma mi toglie quella parte di angoscia che mi rende faticoso persino farmi una doccia, perché so che avrò male. Mi ha fatta dormire, accorgendomi di non fare un sogno da tre anni. Anche mio marito si è commosso quando mi ha vista riposare profondamente. Ho anche preso un altro titolo di studio: mi ha ridato un pezzettino di me». E invece, oggi, in quella caserma, si è sentita trattata «quasi come una delinquente, dopo che in questa regione non mi è stata nemmeno data l’opportunità di curarmi». Ad accompagnarla dai carabinieri la consigliera regionale di Avs, Valentina Cera: «Si sta creando un clima di sospetto generalizzato attorno a pazienti, medici e farmacie che nulla hanno a che fare con attività illecite. Un clima che trova alimento politico e culturale nel decreto Sicurezza e nella campagna ideologica che da mesi demonizza la cannabis e la canapa in tutte le loro forme» attacca. «Mentre altri Paesi investono nella ricerca scientifica, nello sviluppo terapeutico e nell’accesso alle cure basate sui cannabinoidi, in Italia si rischia di imboccare la strada opposta: si colpisce un settore economico che vale miliardi di euro, si mettono in difficoltà imprese e lavoratori, si getta discredito sui professionisti sanitari e oggi si arriva perfino a convocare in caserma persone che dispongono di regolari prescrizioni mediche» continua Cera. «Nel frattempo, in molte aree del Piemonte i preparati galenici continuano a non essere facilmente reperibili attraverso il sistema pubblico e numerosi pazienti sono costretti a sostenere spese elevate per procurarsi farmaci cui avrebbero diritto. A questa difficoltà si aggiungerebbe ora anche il timore di essere convocati e interrogati». L’eletta di Alleanza verdi e sinistra, che sottolinea come le energie delle forze dell’ordine dovrebbero essere utilizzate ad altri scopi, promettere di portare la vicenda a Palazzo Lascaris: «Se servisse a garantire il diritto alla cura di queste persone, sarei pronta a mettere a disposizione il mio ufficio istituzionale presso il Consiglio regionale per ricevere le spedizioni dei medicinali destinati ai pazienti. La sicurezza non può diventare il pretesto per colpire chi soffre».