Ambrogio
Mario Alberto Marchi
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Il patrimonio di Milano non sono i grattacieli. Giorgio Vittadini, economista della Bicocca e anima della Fondazione per la Sussidiarietà, lo dice partendo da un bilancio che alla città concede molto: in dieci anni internazionalizzazione, occupazione alta, un sistema universitario cresciuto, una capacità di integrare gli immigrati che altrove ci si sogna. Il punto è quello che viene dopo, e il dopo non si misura in metri cubi. Quel patrimonio, sostiene, sono le persone e le comunità. E le comunità le tengono in vita i corpi intermedi – famiglie, associazioni, sindacati, parrocchie, terzo settore, imprese – a condizione che tornino a essere luoghi di partecipazione e di educazione, non sportelli che erogano servizi e basta. Quando un soggetto sociale si riduce a fornitore, una città può diventare ricca e perdere l’anima. A Milano l’avvertimento suona concreto: la macchina funziona, la coesione un po’ meno. È il rovescio della stagione dei record, quella che ha riempito lo skyline e svuotato qualche legame.
La prima emergenza Vittadini la chiama educativa. Scuole, università e organizzazioni devono formare persone capaci di pensare e di costruire, perché la povertà educativa è la radice di gran parte delle disuguaglianze: viene prima del reddito, lo determina, e si trasmette di generazione in generazione più tenace di qualsiasi rendita. Poi la casa, che spinge fuori giovani e famiglie e rende impossibile mettere radici stabili. Poi il lavoro, con l’invito a non dipendere solo dalle multinazionali e a coltivare il tessuto produttivo locale. Infine il fronte socio-sanitario: una popolazione che invecchia, le fragilità, le dipendenze, la salute mentale chiedono politiche di prossimità che oggi mancano.








