In Israele siamo a una nuova pagina dello scandalo BibiLeaks, che almeno per ora non compromette Benjamin Netanyahu, ma che potrebbe far tremare le mura di Balfour street. Yonatan Urich, stretto collaboratore del primo ministro israeliano, è stato incriminato per aver diffuso documenti classificati al tabloid tedesco Bild. Il caso BibiLeaks risale all'autunno del 2024, quando Urich nel tentativo di creare un'immagine positiva di Bibi avrebbe passato alla stampa estera materiale di Hamas secretato. Mettendo, si legge negli atti processuali, in serio pericolo la sicurezza nazionale. Tra i capi d'accusa oltre allo spionaggio, per il quale è prevista la pena dell'ergastolo, Urich dovrà rispondere di distruzione di prove, avendo cancellato il contenuto del cellulare dopo l'arresto dell'ex portavoce del premier, Eli Feldstein. Con il quale si era vantato del servigio fatto: “Il capo è contento”.
Intanto, gli ultimi sondaggi rilevano che la maggioranza degli israeliani, il 61% degli intervistati, ritiene che Netanyahu non dovrebbe candidarsi alle prossime elezioni della Knesset. La pensano così anche uno su quattro degli elettori del Likud. A crollare tra la gente, non solo quella di Tel Aviv, è anche la fiducia in Donald Trump. Al netto del termometro dell'opinione pubblica suona deprimente il gioco delle parti inscenato in questi giorni dai due: io comando te decidi, te comandi io ordino. Farsa che purtroppo ci accompagnerà durante la doppia campagna elettorale, che corre in parallelo. Ricca di insidie per entrambi, uno con lo spettro di perdere il Congresso e l'altro la poltrona di Gerusalemme. Ciò non toglie che Trump & Bibi parlano lo stesso linguaggio, e si capiscono al volo. Difficile quindi che ci possano essere incomprensioni profonde e rotture insanabili, più probabile invece che assisteremo ad altre sceneggiate teatrali e melodrammatiche.










