All’indomani dell’incontro bilaterale tra Xi Jinping e Donald Trump, svoltosi tra 13 e il 15 maggio, ci si aspettava qualche passo avanti nella gestione, tra i tanti, di uno dei dossier geoeconomici più delicati: quello legato alle terre rare e agli export control ormai in vigore da quasi tre anni.

Seppur l’intensificarsi delle tensioni tra Cina e Stati Uniti nel corso del 2025, con l’inizio della “seconda” guerra commerciale avviata da Donald Trump, abbia spinto Pechino ad approfondire (e poi sospendere) la normativa e la portata dei controlli, in realtà si tratta – come per altri materiali critici e settori strategici – di una weaponization ormai cifra dominante. Contesto a cui gli USA, l’UE e altre potenze G7 hanno reagito con una serie di iniziative diplomatiche e commerciali, tra cui l’iniziativa FORGE e l’ancor più recente impegno dei partner QUAD (Quadrilateral Security Dialogue) a mobilitare oltre $20 miliardi tra investimenti pubblici e privati.

Tuttavia, nel tentativo di trovare un coordinamento bilaterale e multilaterale per ridurre la dipendenza da Pechino emergono due fattori chiave: in primis, la direzione della competizione tecnologica e strategica tra USA e Cina rimane la cifra di fondo a cui questi accordi guardano; poi, il posizionamento relativo dei singoli attori coinvolti – tra cui “medie potenze” come Giappone, Australia e Canada – nella filiera industriale delle terre rare è l’unica leva capace di mettere a terra concretamente la strategia di “de-risking”.