C'è un ingrediente che al momento sta giocando un ruolo decisivo nei complicati negoziati commerciali tra Stati Uniti e Cina: le terre rare. La stretta alla loro esportazione è stata una delle principali componenti delle multiformi ritorsioni di Pechino ai dazi imposti da Donald Trump contro i prodotti made in China. Dopo i colloqui di maggio e giugno tra Ginevra e Londra, il governo cinese ha accettato di allentare i divieti e riprendere il flusso delle spedizioni di questi materiali cruciali per industria elettronica, difesa e tecnologia verde. Tanto da ricevere in cambio concessioni significative, a partire dalla rimozione di una serie di divieti sull'export di software tech e i chip per l'intelligenza artificiale di Nvidia.Ma attenzione. Mentre i colloqui tra le due potenze proseguono e arrivano a un accordo di principio su TikTok, Pechino sta continuando a rafforzare la presa interna sulle sue terre rare, per poter controllare il movimento di qualsiasi loro grammo. Nelle scorse settimane, l'esecutivo di Pechino ha emanato una serie di norme "provvisorie" per rafforzare ulteriormente il controllo sull’estrazione, la fusione e la separazione di questi minerali strategici.Quote annuali e nuove regoleIl nuovo quadro normativo prevede che le autorità fissino quote annuali per l’estrazione, la fusione e la separazione delle terre rare. Queste quote verranno poi assegnate alle imprese in base a criteri come lo "sviluppo economico", il livello delle riserve nazionali e la domanda del mercato. A rendere più stringente il sistema è la decisione di includere anche le materie prime importate all’interno delle quote, misura che riduce ulteriormente la disponibilità di minerali per le aziende straniere. Parallelamente, Pechino ha introdotto un sistema di monitoraggio che consente di tracciare ogni oncia di materiale esportato, rendendo di fatto impossibile qualsiasi flusso non controllato dalle autorità.Nonostante le terre rare non siano davvero così “rare” nel mondo, la Cina produce circa il 60% dei metalli delle terre rare e quasi il 90% dei magneti a esse collegati. Tale posizione dominante è frutto di una strategia avviata decenni fa, quando Pechino decise di puntare su questo settore, accettando costi ambientali e sociali pur di ottenere un vantaggio competitivo. Anche a causa del grande inquinamento causato dall'estrazione e dalla lavorazione, l'Occidente ha a lungo chiuso un occhio di fronte all'esternalizzazione di un settore così importante. Ma, intanto la dipendenza occidentale è diventata di portata enorme: il 94% dei magneti permanenti importati dall’Unione Europea proviene dalla Cina. E nonostante gli sforzi di diversificazione – dagli Stati Uniti all’Australia, fino a nuovi progetti in Svezia ed Estonia – il rischio di una vulnerabilità strutturale resta altissimo.Una leva negoziale decisivaIl primato cinese si estende anche al controllo dei principali centri estrattivi esteri. Un esempio è l’Indonesia, che contribuisce a oltre un quarto della produzione globale di nichel, fondamentale per le batterie agli ioni di litio utilizzate nei veicoli elettrici e nello stoccaggio di energia rinnovabile. Nel corso dell’ultimo decennio, la Cina ha investito circa 14,2 miliardi di dollari nel Paese del Sud-Est asiatico, di cui 3,2 miliardi soltanto nel 2022.Anche nella Repubblica Democratica del Congo, le compagnie cinesi detengono l’80% della produzione di cobalto, che viene poi raffinato in Cina e distribuito ai produttori di batterie di tutto il mondo. Negli ultimi anni, la presenza cinese si è rafforzata anche in Sudamerica, in particolare in Bolivia, dove Pechino ha siglato contratti per l’estrazione di litio del valore di quasi 2 miliardi di dollari.Nonostante la recente tregua con gli Stati Uniti e la parziale ripresa delle spedizioni, la Cina non ha alcuna intenzione di rinunciare all’uso delle terre rare come arma negoziale. Nel 2023 Pechino ha iniziato ad aggiungere diversi prodotti e magneti di terre rare alla lista delle restrizioni all’export in risposta all’aumento dei dazi statunitensi. Le mosse regolatorie degli ultimi mesi confermano che la leadership cinese nel settore non verrà mai lasciata scoperta sul piano strategico.L’importanza di queste risorse va d'altronde anche oltre l’economia civile: i magneti permanenti, ottenuti proprio dalle terre rare, sono indispensabili non solo per le auto elettriche e le turbine eoliche, ma anche per droni, jet da combattimento e sistemi missilistici.Controllo sugli espertiA rafforzare questa strategia si aggiunge un altro tassello: la sorveglianza sugli esperti del settore. Le autorità hanno chiesto alle aziende di fornire elenchi dettagliati dei dipendenti con competenze tecniche, inclusi background accademico e di ricerca. L’obiettivo è costruire un catalogo ufficiale per monitorare e limitare i movimenti all’estero di questi professionisti, riducendo il rischio di fuga di conoscenze verso Paesi rivali.Gli elenchi includono sia figure a monte, come quelle che lavorano alla lavorazione delle terre rare, sia figure a valle, come quelle che utilizzano i minerali trattati per produrre magneti a terre rare. Tali magneti vengono impiegati in automobili, turbine eoliche, droni e caccia. A alcuni esperti di aziende cinesi sarebbe stato chiesto di consegnare il passaporto alle proprie aziende o alle autorità locali, per garantire che non compiano viaggi non autorizzati. La Cina già richiede a funzionari governativi e dipendenti delle imprese statali di consegnare i documenti di viaggio e richiedere l’approvazione per recarsi all’estero.Contestualmente, Pechino continua a monitorare o a vietare l’esportazione di alcune tecnologie chiave per la lavorazione delle terre rare, rendendo ancora più difficile per Stati Uniti ed Europa replicare i processi industriali sviluppati in Cina. Lo scorso settembre, il potente ministero della Sicurezza di Stato ha dichiarato che un cittadino cinese era stato condannato a 11 anni di carcere per aver venduto segreti riguardanti le scorte nazionali di terre rare a interessi stranieri non specificati.Impatto globale e strategia futuraPer anni, la Cina ha prodotto questi magneti a prezzi così bassi da rendere quasi impossibile la concorrenza per le aziende straniere. Ma le recenti restrizioni all’export stanno ridando slancio agli sforzi di paesi come Stati Uniti e Francia per sviluppare industrie delle terre rare. Uno dei principali ostacoli è la scarsità di competenze nella produzione di terre rare al di fuori della Cina. La lavorazione di questi materiali implica una separazione meticolosa dei singoli elementi dalle materie prime, poiché molti hanno proprietà chimiche simili. Gli scienziati cinesi hanno sviluppato apparecchiature e processi considerati tra i migliori al mondo.Pechino è convinta di aver trovato un'arma negoziale formidabile nelle terre rare. I magneti delle terre rare rappresentano solo una piccola parte minuscola delle esportazioni della Cina verso gli Stati Uniti. Quindi, il blocco delle spedizioni causerebbe un impatto economico minimo per Pechino, ma notevole per gli altri. Per questo, i media cinesi considerano le terre rare una sorta di garanzia contro il disaccoppiamento economico con Washington.Trump afferma che Xi gli ha garantito il mantenimento regolare del flusso, ma intanto la Cina ha nazionalizzato queste risorse, legandole alla sicurezza nazionale, introducendo un sistema di tracciabilità per aumentare il controllo su ogni spedizione.I negoziati con la Casa Bianca hanno portato alla luce l'attuale asimmetria dell'interdipendenza tra le due potenze. Nel breve termine, appare più semplice per la Cina aggirare le restrizioni tecnologiche, di quanto non lo sia per gli Stati Uniti diversificare il proprio approvvigionamento di terre rare. Proprio per questo, pare disposta a utilizzare ancora il dossier per ottenere nuove concessioni. Anche perché le regole e i divieti sono sempre stati volutamente ambigui, mai diretti a Paesi singoli. Una strategia per dare la flessibilità necessaria a rimodulare l'applicazione delle norme a seconda dell'andamento dei rapporti bilaterali con gli USA o con qualsiasi altro Paese.
Tutti i modi in cui la Cina vuole mantenere il controllo mondiale delle terre rare
Tra quote annuali, controllo sui viaggi degli esperti e negoziazioni internazionali, Pechino tiene la presa stretta sulle risorse critiche per la filiera tech






