Lo sfruttamento dell’energia nucleare in Italia ha avuto maggiormente luogo tra il 1963 e il 1990. Dopo tale anno, infatti, le centrali nucleari italiane risultavano tutte chiuse, o per raggiunti limiti d’età o per decisione politica presa sull’onda del risultato del referendum del 1987. A seguito delle diverse crisi energetiche degli ultimi anni, dalla pandemia di Covid-19 alla guerra in Ucraina, fino alle tensioni in Medio Oriente, l’Italia ha avviato un percorso di aggiornamento del proprio quadro energetico e normativo, riaprendo anche il dossier nucleare in tutte le sue possibili declinazioni.
La parola chiave, oggi, è una: pragmatismo. Se vogliamo un sistema energetico più sicuro, sostenibile e competitivo, dobbiamo evitare approcci ideologici e ragionare con la logica del «mix». Nessuna tecnologia, da sola, può garantire in tempi rapidi tutto ciò che serve: rinnovabili, efficienza, idrogeno, biocarburanti e – dove ha senso – nucleare devono essere letti come tasselli complementari, non come alternative «contro» qualcosa. La transizione non è uno slogan: è un percorso industriale che richiede tempi certi, investimenti e scelte realistiche.
In questo scenario si inserisce il voto del 4 giugno scorso, quando la Camera dei Deputati ha approvato il disegno di legge delega in materia di energia nucleare sostenibile. Il provvedimento pur non autorizzando immediatamente la costruzione di centrali nucleari, rappresenta uno dei passaggi necessari per consentire al Paese di dotarsi, in futuro, di un quadro giuridico idoneo allo sviluppo del nucleare e alla corretta gestione delle responsabilità connesse.












