L’Italia potrebbe tornare a produrre energia nucleare già entro il 2033-2034, secondo il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin (nella foto). «I tempi per arrivare al nucleare dipendono dalle condizioni della ricerca, della sperimentazione e delle tecnologie disponibili. Una parte rilevante la giocheranno le imprese del nostro Paese. Ma io dico 2033-2034. Vuol dire come governo lavorare per il futuro e creare le condizioni per i nostri giovani», spiega il ministro durante un dibattito sulle nuove politiche energetiche nel Forum in Masseria. A discuterne con lui, oltre a Bruno Vespa, Andrea Cristini di Vexuvo, Salvatore Pinto di Axpo, Roberto Prioreschi di Impacta Strategy, Emanuela Trentin di Veolia.

«Abbiamo iniziato due anni fa - aggiunge il ministro - con una analisi approfondita utilizzando una enorme risorsa nazionale. Ricordo che, dopo la Francia, c'è l’Italia a livello europeo come industria e come manifattura che sta fornendo a tutto il mondo tecnologia, cervelli e competenze su questo settore. Abbiamo presentato il disegno di legge che ha avuto l’approvazione alla Camera. In questo mese e mezzo dovrebbe essere convertito e diventare legge dello Stato. E poi c’è l’impegno mio a nome del governo e della presidente del Consiglio Meloni, di dare entro fine anno il completamento del quadro normativo con tutto quello che ne consegue inevitabilmente essendo materia molto tecnica e i decreti attuativi». Specie se, una settimana fa, la Camera dei deputati ha approvato il disegno di legge delega Pichetto sul nucleare sostenibile che ora passa al Senato. Con l’obiettivo di chiudere la partita entro fine anno. I lavori meglio pagati ma meno ambiti: la classifica delle dieci professioni rifiutate nonostante stipendi d'oroIl fabbisogno Per il ministro serve andare veloci perché «questa è la discriminante tra rimanere un Paese ricco o fare la decrescita felice». E quindi serve andare avanti in questa direzione anche perché, aggiunge per fugare i timori, «un reattore di 300 megawat occupa tre/quattro campi di calcio. Con il fotovoltaico per fare la stessa produzione - puntualizza - ci vogliono circa 3mila campi di calcio. Il nucleare è un elemento di riequilibrio, produce energia in continuità ed è realistico che al 2040 un valore oltre il 5 per cento, sul 10/15». Fermo restando che si sta procedendo sulle rinnovabili. «Attualmente il cronoprogramma previsto per il 2030 lo stiamo rispettando. Abbiamo installato 22 gigawatt di rinnovabili durante gli ultimi tre anni. Questo significa poi andare ad aumentare il geotermico, il nuovo geotermico per il quale spazi che prima non c’erano tecnologicamente. C'è la grande sfida dell’idroelettrico con le modalità di rinnovo delle concessioni che scadono alla fine di questo decennio. Poi - aggiunge - bisogna aggiungere altri sistemi di produzione come appunto il nucleare».Infine il ministro cita un ricordo personale proprio sul nucleare: «Nel 1987 da giovane segretario del partito Repubblicano partecipai a una riunione in piazza dei Caprettari. Giovanni Spadolini ci disse che dovevamo vincere il referendum. Il risultato fu l’11 per cento. Da allora sono rimasto convinto. È - conclude - una scelta politica per il futuro: integrare le fonti di energia con una nuova fonte di produzione non è una sostituzione ma una integrazione».