Di vittime eccellenti, tra palinsesti sfrondati, talent fuggiti e scivoloni non evitati, TeleMeloni in tre anni ne ha fatte parecchie. Ora, però, a pagare il prezzo più alto dell’“operazione egemonia” della tv pubblica potrebbe essere un intero partito. La Lega sembra aver raggiunto il limite massimo di sofferenza.
La speranza del partito di Matteo Salvini di riuscire a cambiare la natura del carrozzone Rai, partendo dalla realizzazione di un nuovo centro di produzione milanese di cui qualche settimana fa è stata posta la prima pietra nell’area dove è andato in scena l’Expo 2015, sembra ormai più che delusa. Perché puoi portare la Rai fuori da Roma, ma non potrai mai tirare Roma fuori dalla tv di stato.
INCOMPATIBILITÀ
Il problema dei leghisti è che c’è troppa distanza ontologica tra il pensiero del partito e il modo in cui funziona l’azienda. Con un’eccezione, il presidente facente funzione Antonio Marano. Già direttore di Rai2, da pugliese-varesino ha saputo trovare la sua strada nella giungla del servizio pubblico. La questione, obiettano nella Lega, è che il consigliere anziano che è stato preferito due anni fa ad Alessandro Casarin come nome scelto dai leghisti per il Consiglio d’amministrazione, appare fin troppo autonomo nelle sue decisioni.













